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it's the school exam, the kids have run away

Qui si pensava di fare un simpaticissimo post sugli scrutini di fine anno, sulle lungaggini burocratiche che li accompagnano, sulle discussioni di ore con il preside sull'ortografia dei nomi degli alunni, sulle colleghe inacidite, sul fatto che tutti si sono mangiati i dolcetti che avevo portato, sui 5 che miracolosamente diventano 6 e sulle varie amenità che chiudono pantomimicamente l'anno scolastico.


Poi si legge di un ragazzo morto dopo aver visto i quadri.


Altri danno fuoco agli scrutini, cosa che mi sembra più divertente.


Il tutto mi fa un po' strano, innanzitutto perché sia l'anno scorso sia questo, le scuole in cui ho lavorato avevano contattato le famiglie dei ragazzi con debiti o respinti, per lettera o per telefono, prima dell'uscita dei quadri, e pensavo che fosse la prassi, da qualche anno almeno.


Ci sono anche affermazioni che non significano niente, come dire che il ragazzo non aveva mai sofferto di disturbi cardiaci.


E poi si parla anche di una denuncia contro ignoti da parte dei genitori, tanto per continuare la lotta tra ggiovani e adulti, o per farla diventare una lotta tra Società e Insegnanti, ora anche assassini.

 

Ho ripreso in mano alcuni dei libri che parlano di scuola, per trovare qualche spunto per il post. 


Starnone mi sembra buonista e qualunquista (sarò invecchiato, da ggiovane mi entusiasmava).


La Mastrocola è più cattiva (e insopportabile quando si atteggia a prima della classe) e, ammetto, nell'insieme più convincente.


Alla fine preferisco sempre il cinico Scurati.

 

Il problema è che la Società (vabbé, Repubblica.it) discute di scuola solo quando succedono cose così, per il resto le famiglie sono sole, gli insegnanti sono soli, i ragazzi sono soli.


Agli scrutini ho scambiato quattro chiacchiere con una vicepreside, dicendo che a me sembra assurdo il sistema dei debiti (non sai latino? Non importa! Vai avanti! Non recuperi il debito? Succede qualcosa? Assolutamente NULLA, al massimo non avrai 100 alla maturità. Tragedia!), che mi sembra assurdo che la scuola si dedichi solo al recupero delle persone con difficoltà (giustissimo) dimenticando sempre di offrire nuovi stimoli alle persone più brillanti.


Lei mi diceva che i tempi sono cambiati, che i ragazzi sono cambiati, che non si può chiedere a loro quanto chiedevano a noi (io mi sono diplomato nel 1991, non nel 1911 e non mi pare che, chessò, parlassimo latino in classe o scrivessimo un diario in esametri omerici).


In sintesi, il discorso mi sembrava dire che i ragazzi sono deficienti, che tanto non ci arrivano e che quindi è inutile infierire.


Forse in sede di scrutini ho infierito, ma credo che ammettere che sono deficienti e che tanto non ci arrivano, secondo me non aiuta 

Pubblicato il 19/6/2005 alle 15.54 nella rubrica lettere di un professore.

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