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"dobbiamo combattere l'intera adolescenza come un gruppo criminale, l'intera giovinezza come un'associazione a delinquere"

Ho finito di leggere Il Sopravvissuto (orrendo titolo, orrenda fascetta sulla copertina e non è manco una fascetta è proprio la copertina stessa che recita, sembra una schermata di Porta a Porta, "Una scuola. Una strage. Un professore in cerca della verità nel mistero dell'insegnamento") di Antonio Scurati, scrittore ggiovane ma che davvero non scrive da ggiovane (il che è un pregio, eh!). TuttoLibri ne parlava benissimo e effettivamente è un libro tosto, 'potente', direbbero i ggiovani, se Scurati scrivesse da ggiovane. In questa strana giornata (abbiamo un papa ma non un governo, sembra) ho rivisto i ggiovani (anzi, i ragazzi e le ragazze) di Bracciano, ho rivisto una scuola, una strage (in senso lato) e un mistero, purtroppo non quello buffo dell'insegnamento. A scuola i ragazzi avevano organizzato un momento per ricordare Adriano; abbiamo sentito una canzone che parlava dell'Irlanda e When Wish Upon A Star, qualcuno ha letto una poesia di Auden o un pezzetto dell'Antologia di Spoon River, altri hanno letto poesie scritte da loro o lettere ad Adriano o hanno detto quello che si sentivano di dire. I sopravvissuti, direi, non proprio un gruppo criminale o un'associazione a delinquere. Io ho letto una poesia e ho detto banalità sulle assenze che sono anche presenze, per fortuna Montale è meglio di me:


Eugenio Montale Casa sul mare

 

Il viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che dividono

l'anima che non sa più dare un grido.

Ora i minuti sono eguali e fissi

come i giri di ruota della pompa.

Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.

Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolìo.

 

Il viaggio finisce a questa spiaggia

che tentano gli assidui e lenti flussi.

Nulla disvela se non pigri fumi

la marina che tramano di conche

i soffi leni: ed è raro che appaia

nella bonaccia muta

tra l'isole dell'aria migrabonde

la Corsica dorsuta o la Capraia.

 

Tu chiedi se così tutto vanisce

in questa poca nebbia di memorie;

se nell'ora che torpe o nel sospiro

del frangente si compie ogni destino.

vorrei dirti che no, che ti s'appressa

l'ora che passerai di là dal tempo;

forse solo chi vuole s'infinita,

e questo tu potrai, chissà, non io.

Penso che per i più non sia salvezza,

ma taluno sovverta ogni disegno,

passi il varco, qual volle si ritrovi.

Vorrei prima di cedere segnarti

codesta via di fuga

labile come nei sommossi campi

del mare spuma o ruga.

Ti dono anche l'avara mia speranza.

A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla;

l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

 

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno.

Il tuo cuore vicino che non m'ode

salpa già forse per l'eterno.

Pubblicato il 20/4/2005 alle 19.55 nella rubrica lettere di un professore.

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