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food is the first thing, morals follow on


Ci sono autori latini (Catone, Seneca, Sallustio, Tacito, Cicerone... insomma, quasi tutti) che, per quanto trattino argomenti diversi, ad un certo punto buttano lì una frasetta che trasuda moralismo, spesso anche a sproposito, sempre impegnati nella laudatio temporis acti.

Uno infatti si chiede perché in un manualetto di agricoltura si finisca col parlare del fatto che le donne chiacchierano troppo, perché per spiegare che gli schiavi sono persone come noi si presenti con orrore l'omosessualità passiva, perché nel raccontare la congiura di Catilina si resti sconvolti nello scoprire che una complice della congiura stessa osasse ballare, perché nell'illustrare la reazione dei Germani all'adulterio si sottolinei che lì non servono leggi ad hoc, perché non ci si limiti a criticare la politica di Marco Antonio senza bisogno di presentarlo come una prostituta da commedia plautina etc.

Una buona risposta viene da un bel saggio, The politics of immorality in ancient Rome, di Catharine Edwards; dopo una robusta introduzione, si parla di adulterio, di mollitia, di attori e di teatro, di edifici e di arredamento d'interno (Seneca, scopro, odia le colonnine ornamentali e ne parla per ore, manco fosse il matricidio) e di piaceri in generale.

E da qui a Brecht il passo è breve.

Pubblicato il 18/10/2010 alle 12.1 nella rubrica Diario.

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