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teodicee

Ormai consacrato agli studi senecani (l'altro giorno i fanciulli del III sono rimasti perplessi quando ho sottolineato che Seneca usa l'avverbio immo 42 volte), ho letto un libricino breve ma denso, L'avvocato di dio, uscito a suo tempo a commento dell'edizione del De providentia curata da Alfonso Traina. In esso discutono di teo-dicea (cioà della "giustizia di Dio": se Dio è buono, perché esiste il Male?) il filosofo Massimo Cacciari, i filologi Luciano Canfora e Ivano Dionigi e  il cristianista Paolo Serra Zanetti, nonché lo stesso Traina. A un certo punto, si cita una delle pagine più forti de La notte di Elie Wiesel, che merita sempre:

"Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le SS intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.


Le SS sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva.


Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.


- Viva la libertà! - gridarono i due adulti.


Il piccolo, lui, taceva.


- Dov'è il Buon Dio? Dov'e? - domandò qualcuno dietro di me.


A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.


Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.


Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.


- Copritevi!


Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...


Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.


Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov'è dunque Dio?


E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca..."

(il testo sta qui)

Pubblicato il 3/10/2010 alle 18.38 nella rubrica Diario.

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