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success has made a failure of our home



E' un po' difficile catalogare Outliers di Malcolm Gladwell, diciamo che cerca di spiegare che il 'successo' deriva da un inseme alquanto intricato di fattori, che il 'genio' non nasce mai per caso e che, più che il dna, quello che conta è quello che ci sta intorno.

La cosa intrigante è che, per spiegarlo, Gladwell passa dai Beatles che suonano ad Amburgo alle squadre canadesi di hockey, dalle discussioni dei piloti di linea sudcoreani ad una delle poche scuole del Bronx che funzionano bene.

E questo lo scrivo poche ore prima delle convocazioni per le supplenze annuali, in cui il 'successo professionale' non dipende dalla laurea o dai titoli, dalla capacità o meno di insegnare, dalla voglia di farlo bene o meno: dipende dalla possibilità che qualcuno davanti a me in graduatoria si dimentichi di venire alle convocazioni.

In tal caso, potrei avere una supplenza annuale in una scuola, sita da un minimo di 6.5 km da casa a, e sarebbero le prospettive più 'divertenti', un massimo di 79.1 km (!) (sì, ho passato la serata su google maps ed ora non chiamo più le scuole con il loro nome, ma con la loro distanza in chilometri: il preside di 32.6 è gentilissimo, la segretaria di 49.9 mi odia eccetera).

Per aspera ad astra, si dice.

Pubblicato il 1/9/2009 alle 1.31 nella rubrica Diario.

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