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jumping someone else's train - 2

Come si diceva qui, alle 11.30, sotto un sole che già pare minaccioso, siamo alla vecchia stazione di Allumiere. Intorno a noi, il nulla (la linea ferroviaria aveva la simpatica caratteristica di ospitare stazioni che, sembrerebbe, dovevano avere il nome di un paese distante almeno 7 km – è così più o meno per tutte, tranne Blera). Malgrado le chiare indicazioni prima della partenza, non tutti i giovani sembrano avere idea di cosa ci aspetti e alcuni sono vestiti in maniera non proprio consona, ma senza perdere tempo ci mettiamo in marcia.

Il primo ostacolo da superare è una 'breve' galleria, cui si accede superando un piccolo muretto (e già qui abbiamo le prime vittime). Ringraziando il cielo, buona parte dei giovani ha portato le torce (avevo detto che la 'breve' galleria è di 1,4 kilometri e che è completamente al buio, con, secondo loro, tracce di sangue per terra?) e questa eterna fiumana ('crescere immenso di vita, / fiumana che non ha ripe né sfocio' è la doverosa citazione montaliana), dopo una ventina di minuti, riemerge 'a riveder le stelle' (altra citazione, dantesca). Dopo il battesimo catabatico della prima galleria, il secondo tunnel sarà affrontato sbrigativamente e ci si trova di fronte al secondo ostacolo, il viadotto sul Mignone...



Nulla capisco di ingegneria, ma l'opera pare imponente e, soprattutto, alta rispetto al sottostante fiume. Con qualche preoccupazione per le vertigini anche qui si passa, ed è più o meno l'una (abbiamo fatto ca. 5 km in un'ora e mezza e, considerando, che la galleria rallenta non poco, direi che è andata abbastanza bene). Essendo un po' cotti, i giovani passano noncuranti davanti ad una cisterna abbandonata con all'interno una pericolosamente invitante scala (ne ero consapevole, per cui avevo detto ad uno dei miei, che era più avanti di tutti, di non far entrare nessuno nella cisterna, per sentirmi rispondere 'cos'è una cisterna?') e, a sinistra della stazione di Monteromano, troviamo un ameno boschetto, con tanto, di fiumiciattolo, in cui pranzare.

Mentre i giovani si siedono sul prato (per classe, perché a me sembra si guardino sempre in cagnesco), io non mi godo un granché il pranzo, visto che, causa il ritardo del bus, abbiamo decisamente poco tempo per mangiare / salire a Luni / fare 7 km / tornare a Roma in un orario decente. Loro, in compenso, scoprono, con tragiche conseguenze, l'esistenza dei 'girini', mentre i miei maschietti giocano a pallone e mangiano crema di Marshmallow (un classico).

La pausa pranza è rapida e, tranne che per l'assalto da parte di un paio di tori allo stato brado (giuro), siamo sotto la 'collinetta' sulla cui cita si erge l'acropoli (parola decisamente esagerata) di Luni. La scalata, malgrado ci sia a un certo punto una scaletta di ferro, non è semplicissima ma non cade nessuno (va detto che in fase di discesa uno dei miei, che chiamiamo Sampei dato l'incantevole cappello di paglia che si è portato, va giù dritto per qualche metro e viene fermato da un provvidenziale albero) e anche questa è fatta.

Alle 15.20 ci mettiamo in marcia per la parte più massacrante del percorso, i sette km che ci separano dalla stazione di Civitella Cesi, da affrontare sotto un sole tropicale e senz'acqua...

Non mi metterò a commentare i due distinti momenti in cui sono stato vicino al collasso, mentre mi rimarranno sempre impresse le immagini dei miei che ridono, cantano e giocano a pallone per strada (!) e il fatto che tutti, proprio tutti, si sono mostrati tostissimi nel camminare.



Intorno alle 17:05, arriviamo alla stazione di Civitella Cesi, dove ci aspettano i pullman ('non ho mai visto una gita come questa', dice l'autista) e al ritorno, tranne che per una sosta in autogrill - dove svuotiamo le risorse idriche del luogo – distrutti, dormicchiano per tutto il viaggio (mai classe fu più buona su un pullman).

Come sempre, quando le cose sono belle, le parole non bastano a descriverle.

Pubblicato il 27/5/2009 alle 13.24 nella rubrica lettere di un professore.

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