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not constantinople - 4

(qui la terza parte) La terza giornata a Istanbul inizia con la consueta pioggetta, destinata a peggiorare col corso delle ore.

Lo scopo della mattinata è quello di andare in Asia (purtroppo il giochino del fare avanti e indietro di corsa escalmando alternativamente 'Europa!' o 'Asia!' è inficiato dal fatto che per attraversare il Bosforo bisogna percorrere 1.600 metri di ponte o stare una ventina di minuti su un battello), cosa che riusciamo a fare senza troppe difficoltà. Nella parte asiatica (non particolarmente etnica, solo un po' più povera) piove con più violenza, ma noi non possiamo negare a noi stessi l'esperienza dell'autobus turco (linea 15c, per essere precisi) che ci porta fino al Beylerbeyi Saray, 'sobria', 'semplice' e 'modesta' dimora estiva del sultano, nonché luogo di rappresentanza che ospitò la moglie di Napoleone III, tipo.

Nel pomeriggio andiamo a visitare Agia Sophia (santa Sofia, in greco), chiesa (anch'essa 'sobria', 'semplice' e 'modesta') fatta costruire da Giustiniano e diventata, 900 anni dopo, una moschea per mano di Maometto VI (la sequenza 'costruito/a da Giustiniano' e 'adattato/a da Maometto VI' è piuttosto frequente in città) per finire poi in museo con Ataturk nel 1936. Santa Sofia è, semplicemente, una delle cose più maestose costruita dall'essere umano - il che vale in parte anche per la cosiddetta Moschea Blu che visitiamo subito dopo.

Dopo aver comprato tappeti e quadretti che garantiranno il nostro arresto alla dogana per cui questo 'post' sarà pubblicato dal carcere di Rebibbia – o di Ankara, se va proprio male, inizia la riflessione su 'cosa a fare a capodanno'; dalle poche fonti in nostro possesso (a) quello che ci ha detto il tizio dell'ufficio informazioni e b) un sondaggio che ho letto su timeoutistanbul.com) pare che la 'gente' si ammassi in piazza Taksim; dopo aver cenato (non ho ancora detto che a Istanbul si mangia oggettivamente bene spendendo oggettivamente poco – se naturalmente non vi turnano concetti come 'yoghurt'  'verza' e 'melanzana'), andiamo quindi a Taksim.

E qui le cose assumono una connotazione interessante: da quanto abbiamo potuto ricostruire, il capodanno (che non appartiene alla tradizione islamica che, come noto, ha un suo calendario) non è percepito come ricorrenza particolare ma è comunque celebrato (in parte per far contenti i turisti europei, vedendo per lo meno le vetrine dei locali o le pubblicità dei ristoranti), anche se un po' in tono minore. La piazza Taksim e il lungo viale che vi conduce, effettivamente pieni di ragazzi, in parte stranieri ma anche moltissimi turchi, hanno ad ogni lato poliziotti in divisa, spesso armati (e non solo di manganello), come a trasmettere l'idea di un'amministrazione locale che voglia assolutamente tenere sotto controllo 'la piazza' ed evitare incindenti - la veramente forte e quotidiana presenza delle forze dell'ordine in città è una cosa che colpisce molto, e che a pelle non sembra giustificata dal comunque reale pericolo di attentati terroristici. L'impressione che ho che il governo non voglia sottolineare la ricorrenza, per cui, da quanto percepito,in città non vi era nulla di pubblicamente organizzato e la massa di persone che si accalca in piazza Taksim rappresenta soltanto il desiderio dei ragazzi cresciuti davanti alla televisione di esserci, di partecipare ad uno di quegli eventi 'globali' che costellano il pianeta.

E così, senza un tabellone luminoso che scandisca il trascorre dei secondi, quando è più o meno mezzanotte ci sono pochi secondi di entusiasmo, qualche fuoco d'artificio dal vicino Bosforo e poco altro (persino il capodanno del 2000, a Sarajevo, mi pare, fu più vivace).

La strana impressione è che i ragazzi di piazza Taksim volessero festaggiare senza sapere come fare. Comunque, buon 2009.


Pubblicato il 1/1/2009 alle 18.52 nella rubrica Diario.

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