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un popolo di dantisti (o maturità 2007 - 2)

La questione è, teoricamente, semplice: nel lungo preambolo all’analisi del testo (qui Cheremone’s version) si afferma che ‘san Tommaso d’Aquino gli (a Dante) descrive in particolare le figure di san Francesco (...) e san Domenico’.

Era stato notato che in realtà Tommaso (che è un domenicano) parla solo di Francesco, mentre nel canto successivo sarà un francescano (Bonaventura) a parlare di Domenico – il ‘giochino’ è legato al fatto che i due narratori chiudono i rispettivi episodi parlando del decadimento e della crisi dei rispettivi ordini, mentre nel corpo centrale del loro discorso esaltano i fondatori delle altrui congregazioni, per far vedere come l’armonia regni sovrana nel Paradiso.

L’errore sembra esserci, perché Tommaso non 'descrive' la figura di Domenico ma solo quella di Francesco.

Al Ministero avrebbero potuto ammettere l’errore e far presente che, comunque, il brano proposto per l’analisi era su Francesco e non su Domenico e che l’analisi nel suo insieme non mirava a confrontare i due santi (in tal caso sarebbe stato ben più grave mettere in bocca a san Tommaso le due biografie) ma che solo nella terza e ultima parte (dove si ribadisce, ahimé, che ‘tutto l’episodio è affidato alle parole di san Tommaso’) si prospettava un eventuale confronto fra le due congregazioni, che comunque non era indispensabile per svolgere la traccia.

Dal Ministero però viene tirato in ballo
l’incipit del discorso di Tommaso il quale afferma (Paradiso XI 35-42) che la Provvidenzadue principi ordinò in suo favore / che quinci e quindi le (alla Chiesa) fosser per guida. / L’un (Francesco) fu tutto serafico in ardore; / l'altro (Domenico) per sapienza in terra fue / di cherubica luce uno splendore. / Dell’un (Francesco) dirò, però che d'amendue / si dice l’un pregiando, quale uom prende, / perch'ad un fine fuor l'opere sue (la ‘armonia’ cui facevo cenno prima); da qui si nota che Tommaso dice chiaramente di voler parlare solo di Francesco, per quanto, secondo il Ministero i due santi siano qui presentati con una ‘certa ampiezza’.

In chiusa di canto, Tommaso evoca san Domenico con queste parole ‘Pensa oramai qual fu colui che degno / collega fu a mantener la barca / di Pietro (nautica metafora per ‘Chiesa’) in alto mar per dritto segno; / e questo fu il nostro patrïarca’, per poi parlare della decadenza dei domenicani che si allontanano dal loro ‘ovile’.

Pur ammettendo che i riferimenti a Domenico da parte di Tommaso giustifichino il ‘descrive’ del testo (io avrei detto che Tommasodescrive’ la figura di san Francesco e più propriamente che ‘evoca’ o 'allude a' quella di san Domenico), non vedo come si possa ritenere corretto scrivere ‘il poeta ha messo questa ricostruzione in parallelo a quella dell’opera di san Domenico (...) e (...) tutto l’episodio è affidato alle parole di san Tommaso’, quando tutto l’episodio è affidato a due voci distinte (Tommaso e Bonaventura), per quanto ‘l’estrema a l’intima rispuose’ (Paradiso XII 21).

A questo punto, spero caldamente in un errore nella versione di latino di domani...

Pubblicato il 20/6/2007 alle 22.57 nella rubrica lettere di un professore.

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