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28 marzo 2007
vita scolastica
bright young things - 4
(qui la terza parte) Le altre classi che hanno invaso l’albergo fanno un po’ paura, essenzialmente perché sono tanti e perché le ragazze sono tutte uguali (le mie, un po’ più alternative, lo notano subito).
    E mentre noi docenti siamo in due con 25 ragazzi, non mi è chiaro perché i miei ‘colleghi’ siano in tre con 150 pargoli, visto che poi una delle tre è quella che io considero l’icona del modello ‘insegnante delle medie’: una donna sui 55 anni, con gli occhiali, solita andare in giro con un giaccone sulle spalle, solitamente di pelliccia, o, meglio, con il collo impellicciato, modello Upim, insomma.
    A cena, questi fanno un casino enorme, mentre noi, intimoriti, mangiamo il nostro puré e riflettiamo basiti sul fatto che, pur facendo il terzo anno di classico, quelli non sappiano le declinazioni (più tardi sentirò alcuni di loro stupirsi per il fatto che noi abbiamo fatto l’aoristo).
    Dopo cena, come si diceva, finalmente l’albergo ci concede il campetto di calcio e le luci e, visto che la palla l’avevamo comprata a Siracusa, per l’ultima sera non facciamo giochi violenti ma una sana partita di calcetto.
    La scena andrebbe descritta da qualcuno con più competenza sportiva di me, ma cercherò di fare del mio meglio: innanzitutto, pare si giochi in 5 per squadra e non in 11 e pare inoltre che il portiere possa andare da ogni parte e non debba starsene relegato in quella che credo si chiami ‘area di rigore’.
    Comunque, io sto in porta (più che altro in attesa di essere sostituito), mentre la mia controparte, zoppicante per i giochi della sera prima, gioca direttamente senza scarpe perché tanto gli volano via; dato che siamo una classe moderna, giocano anche le fanciulle, alcune delle quali molto brave anche se a dominare la partita sono due maschietti che tendono un po’ a fare tutto da soli.
    Tra un cambio e l’altro, arriva il turno del mio collega di religione, che a un certo punto fa pure gol ma che poi si scontra, e casca, con un fanciullo.
    In realtà non giochiamo per niente in maniera violenta, fatto sta che il braccio gli fa male per tutta la sera.
    In tutto questo, abbiamo scoperto che i ggiovani hanno scoperto che dietro la nostra palazzina c’è una specie di giardinetto al quale possono accedere uscendo dalla finestra (siamo al piano terra), per cui, vista l’impossibilità oggettiva di esercitare un qualsiasi tipo di controllo (stando ad anni di Age of Empires, dovremmo essere almeno in 23 – e siamo in due, di cui uno dolorante al braccio) e andiamo a dormire.
    La mattina dopo (ultimo giorno in Sicilia!) il braccio del collega continua a fargli male e, visto che il mio tentativo di fare la crocerossina approntando un coso che gli regga l’arto tramite un complesso sistema di asciugamani fallisce, chiamiamo l’assicurazione, dove un tizio dal chiaro accento francese promette di mandare un taxi per portare il collega al Pronto Soccorso di Catania.
    Il piano prevede che lui vada all’ospedale a scoprire il da farsi e che io porti in giro i fanciulli e poi vada all’aeroporto (sempre Fontana RRRRossa).
    La meta del giorno è Piazza Armerina dove alle 11 abbiamo appuntamento con la guida (della bellissima Villa del Casale io avevo vaghi ricordi, per cui mi è parso opportuno trovare qualcuno che ne sapesse qualcosa più di me).
    Fino ad oggi, malgrado la sera si gelasse un po’, abbiamo sempre avuto delle belle giornate, ma oggi piove in maniera orrenda e l’attesa della guida sotto una fastidiosa pioggerellina è assai molesta (fallisce anche il tentativo di individuare la guida stessa, visto che quella che fermo, appena le chiedo se è la nostra guida, risponde con un ‘non credo proprio’).
    Arriva con un quarto d’ora di ritardo e la visita può avere inizio (fortunatamente, la villa è coperta): i mosaici sono notevoli come ricordavo e i ggiovani, mediamente, prestano ascolto alla cosa.
    Il pranzo è poi la tradizionale ‘marchetta’ all’autista, che ci porta in un posto a Piazza Armerina dove per 13 euro mangiamo degnamente e possiamo metterci per strada verso l’aeroporto, dove arriviamo tipo due ore e mezza prima del volo.
    All’aeroporto ci raggiunge il collega di religione, ora ufficialmente col braccio rotto.
    All’imbarco non vogliono farmi portare il miele a bordo (pare sia un ‘liquido’, il che mi ricorda qualcosa), per cui lo imbarco nello zainetto di una fanciulla (arriverà rotto, con miele ovunque, motivo per il quale, appunto, volevo portarlo a bordo!).
    All’arrivo non ci avevamo fatto caso, ma l’aeroporto di Catania è alquanto desolato e c’è assai poco da fare in attesa del volo, i ragazzi girano con aria annoiata e stanca, fanno foto, cercano inesistenti aree per fumatori.
    Dopo che ci hanno imbarcato, inizia a piovere e partiamo con quasi un’ora di ritardo, che in parte recuperiamo.
    A Fiumicino sono nel caos più totale causa maltempo, davvero impervio.
    A una fanciulla non arriva il bagaglio e quando chiamo l’assistenza, una donnina quasi in lacrime mi scongiura di andare al terminal C, visto che lei sta impazzendo (testuale).
    Dopo aver affidato la fanciulla e il suo bagaglio smarrito a un padre e dopo aver salutato i genitori, si torna a casa.

    Sarà che sono diventato più esperto (‘esperienza’ è il nome che i vecchi danno ai loro errori - Oscar Wilde, tipo) – questo è ormai il mio quarto viaggio d’istruzione, il primo è ante Cheremone - , ma tutto è andato bene (tranne il braccio rotto), a scapito magari di una meno avvincente lettura.
    Quello che non è scritto qui, è com’è davvero andata nel rapporto tra e con i ragazzi, di come abbiamo parlato di tante cose, anche di cose di cui davvero non avevo mai parlato con loro, e come i loro dubbi, le loro paure, le loro incertezze siano venute fuori.
    Quest’anno, più del solito, ricorderò i discorsi sul rapporto con i loro genitori, il meraviglioso termine (‘fantapadre’) che uno di loro ha utilizzato parlando della sua famiglia,  le discussioni teologiche (ci sono state, giuro), le chiacchierate sul senso della vita, dell’amore e dell’amicizia.
    Sono cose che suona male mettere per iscritto, per cui facciamola finita qua.

    Il titolo di questi post viene da una canzone dei Pet Shop Boys, Bright young things, che a un certo punto dice ‘sometimes a party’s / a port in the storm’.
    E visto che 'party' può voler anche dire 'gruppo', la cosa ha un suo senso.




permalink | inviato da il 28/3/2007 alle 19:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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