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26 gennaio 2011
letteratura
questione di ginocchia!

C'era bisogno di una nuova edizione commentata dell'Iliade? Alla Carocci hanno pensato di sì, e per ora è uscito il libro XVIII (quello con lo scudo di Achille) ed il primo libro, quello dell'ira funesta da cui ha inizio il tutto.

L'edizione è molto carina, con una nuova traduzione ed un buon commento/introduzione (di stampo antropologico, con delle intriganti schede di approfondimento, su temi come il rapporto di potere Achille/Agamennone o la polifunzionalità dello scettro) - sarebbe comunque il caso che traduttore e commentatore si parlassero, visto che ogni tanto il commento dice che un termine non va tradotto in un certo modo che poi è esattamente il modo in cui viene tradotto qui.

Ho inoltre finalmente capito perché quando si supplica qualcuno gli si abbracciano le ginocchia: non pare tanto un gesto di umiliazione ma quasi di costrizione, visto che le ginocchia, che sono le giunture più evidenti del corpo umano, rappresenterebbero la capacità stessa di muoversi e di agire - abbracciare le ginocchia vuol dire insomma bloccare qualcuno e costringerlo all'inazione finché non ha esaudito il nostro desiderio. E questo senza citare la curiosa teoria per cui il ginocchio sarebbe una delle sorgenti del seme maschile, per cui Teti "castrerebbe" Zeus...
9 aprile 2008
vita scolastica
the wind is in from Africa - cheremone a Creta 4
Giornata fastidiosamente piovosa, quella in cui ci mettiamo in pullman alla volta di Gortina.

Il posto mi intriga, qui per la prima volta i Greci misero per iscritto delle leggi, nel VI secolo aC, mentre nel resto d'Europa vivevano sugli alberi, o quasi.

Le foto delle epigrafi che avevo visto davano l'impressione che uno se le potesse trovare davanti, invece sono in una sorta di corridonio con cancelli sui tre lati, per cui solo con qualche sforzo si riesce a leggere qualche parola (ma tanto sono in un dorico indecifrabile).

Sono un po' deluso e non mi consola l'assaggiare il Calippo alla fragola, di cui i miei sono entusiasti.

Sempre a Gortina c'è il platano sotto il quale, secondo la tradizione, Zeus si unì con Europa, generando Minosse e facendo iniziare tutto.

La pioggia è sempre più battente ma Festo è comunque affascinante e la sua posizione, sul pendio di una collina, è notevole, mentre la visita alla vicina Agia Trida è un po' troppo affrettata.

A pranzo andiamo a Matala (la spiaggia sulle cui coste approdò Zeus con Europa, poi si trasformò in aquila e la portò a Gortina), e qui si deve aprire una lunga parentesi.

Prima di partire avevo comprato Blue di Joni Mitchell e a un primo, distratto ascolto, mi era parso un disco 'mediterraneo'; sfogliando la guida della Lonely Planet, scopro che Matala viene citata in una canzone, Carey.

Scopro anche che, tra gli anni '60 e gli anni '70, la spiaggia di questa baia, con le sue grotte naturali (prima sito neolitico, poi cimitero romano), era sede di una comunità hippy (dove a un certo punto visse la stessa Joni Mitchellla storia sta qua), prima che il regime dei colonnelli (i soldiers della canzone) cacciasse tutti a randellate; e allora, dopo il consueto, e lauto pranzo, me ne vado a vedere la spiaggia, con Carey sull'iPod e una scritta sul molo, Life is today, tomorrow never comes, davanti agli occhi.

La canzone comincia proprio con The wind is in from Africa, perché dall'altra parte del mare ci sono la Libia e l'Egitto (Creta è tutta orizzontale, da est a ovest, ed è larga al massimo una settantina di km, così, andando da Hiraklion a qui, è come se si passasse dal nord al sud del mondo) ed ecco spiegato il titolo di questi post.

Per quanto bello sia il posto, Joni Mitchell dice che se ne deve andare, che non si sente a casa, che ha le unghie sporche e le dà fastidio la sabbia tra i piedi (la sabbia di Matala non è esattamente sottile, ecco).

Prima però chiede al suo amico Carey di accompagnarla al Mermaid Café (che pare esistesse davvero), per salutarsi davanti ad una bottiglia di vino (gli dice anche get out your cane, che a me suona tanto get out of your cave, che mi sembra più adatto), mentre la notte è una volta stellata e stanno suonando della musica, sotto la luna di Matala.

Questa, più o meno, è la canzone (la si può sentire qua).

Non so perché, il posto mi affascina, forse perché adoro i posti che hanno una storia.

Non resisto, e coinvolgo i soliti temerari ('cosa sono i figli dei fiori?', chiedono) nella scalata delle grotte ed è bello vederli salire, sperando che non caschino in mare e contento di averli portati in un posto speciale.


2 agosto 2007
politica interna
scoglioni
Premesso che a me pare molto più interessante l’idea delle Spice Girls costrette a tenere un concerto a Baghdad, la politica italiana è, nel giro di poche ore, passata dalle passeggiatrici dell’UDC a ben altri temi, quali i rapporti tra Stato e Chiesa e il comportamento che il credente deve tenere nei confronti dell’erario (parola misteriosa ed evocativa, come il sintagma ‘prefetto dell’annona’ che nessuno sa cosa sia).

Il succo della querelle non interessa a nessuno, il divertente è tutto nelle questioni di esegesi biblica, dove chiunque pare avere qualcosa da dire.

Il punto essenziale è che Prodi ha citato (in risposta a Bruno Forte - qui un impeccabile Malvino un sintagma (‘quoque discolis’) sia sbagliandolo nella forma (‘etiam discolis’ suona meglio ed è effettivamente il testo della Vulgata di Gerolamo) sia nella fonte (non è Paolo, ma la I lettera di Pietro, 2 18).

E’ curioso che tutti quanti citino il testo latino (Gerolamo, appunto, e non, stranamente, la Nova Vulgata, che invece presenta ‘pravis’ e non ‘disculis’), dimenticando che l’originale (e quindi l’imprescindibile testo di riferimento) è greco, un greco tra l’altro un po’ troppo elegante per essere davvero del pescatore Pietro, che di certo non conosceva la traduzione dei 70 che invece il nostro ‘Pietro’ cita in abbondanza (non manca chi tiri in ballo un intervento redazionale su contenuto genuinamente pietrino, va detto, ma sa un po’ di scusa).

Il buon Prodi è perdonabile nel confondere, riguardo al dovere di sottomettersi all’autorità, gli spesso discordanti Pietro e Paolo, visto che qui (Pietro I 13 sgg. ) risuona molto il Paolo di Romani 13 1-7.

Il tema del rapporto tra credente e potere politico era assai centrale nel cristianesimo delle origini, a partire dal ‘dare a Cesare quel che è di Cesare’ attribuito a Gesù in Matteo 22 21.

La nostra epistola, sia essa pietrina o spuria, nel suo nucleo centrale insiste sul comportamento che i cristiani devono avere nei confronti dell’autorità pagana e va verosimilmente collocata sotto una persecuzione (sforzandosi un pochino, interpretando la ‘Babilonia’ di 5 13 come ‘Roma’ e dando fede alla tradizione, non neotestamentaria, di un martirio di Pietro a Roma, potremmo anche collocarla sotto Nerone, 54-68 dC) o comunque in un momento di non facili rapporti con il potere imperiale.

Pietro dunque invita i fedeli ad avere un comportamento ‘irreprensibile’ (2 11, ‘anastrophèn échontes kalén’) fra i pagani, non facendosi toccare dalle calunnie (‘catalalousin humòn hos kakopiòn’) e ad ‘essere sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore’.

Più avanti si riferisce ai ‘servi’ (il greco presenta ‘oikètai’, propriamente ‘quelli della casa’), invitati a sottomettersi con ogni rispetto (‘en pantì phòbo’) ai padroni, non solo a quelli buoni e miti ma 'etiam discolis', appunto.

Curioso dunque che, nell’affermare il dovere dei 'cives' di pagare le tasse, Prodi attribuisca da una parte ai ‘cittadini’ la condizione di ‘servi’ e a se stesso quello di padrone ‘non mite e buono’ ma, appunto, ‘discolus’ (che lui traduce, ahimé, con ‘lazzarone’) o, peggio, ‘pravus’ (più vicino all’idea di ‘cattivo’ che a quella di ‘birichino’).

Il testo greco ci rivela però un particolare divertente: quello che Gerolamo rende con ‘discolus’ e la Nova Vulgata con ‘pravus’ è, letteralmente, ‘storto’, come attesta l’esito (‘scogliosi’) del greco ‘scoliòs’, qui usato da ‘Pietro’.

Il termine ‘scoliòs’ è un po’ dotto (altra argomentazione contro la paternità pietrina della lettera) ed è solitamente usato in senso letterale (‘via tortuosa’, ‘fiume tortuoso’ e simili) ma è splendidamente usato in senso metaforico in due luoghi esiodei, Opere 7 e 221.

Nel primo caso, Esiodo elogia le virtù di Zeus e sottolinea come questi facilmente ‘raddrizzi il tortuoso’ (c’è tutta una tirata del neoplatonico Proclo su cosa si debba intendere qui per ‘tortuoso’) e atterri l’orgoglioso, mentre più avanti se la prende con le ‘ambigue (‘scoliais’) sentenze’ dei giudici - com è noto, Esiodo era impegnato in una complessa causa ereditaria col fratello Perse e ce l’aveva con le, er, ‘toghe rosse’.

Ho come il sospetto che Prodi si sia dato una mazzata sui piedi...
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