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4 gennaio 2011
letteratura
il regno di dio in un papiro

Una delle cose belle di Anobii è quella che nelle biblioteche altrui si possono scoprire cose interessanti, come il classico Papiri greci, di Eric G. Turner, dottissima introduzione all'affascinante mondo della papirologia. Tra le tante cose interessantissime, si scopre anche che un'espressione evangelica (Luca 17 21) quale "il regno di Dio è tra di voi/in mezzo a voi" dovrebbe invece essere tradotta con qualcosa come "è a portata di mano, è raggiungibile" (cosa che ha una diversa pregnanza teologica, rispetto alle traduzioni tradizionali), visto che la costruzione entòs hymòn sembra avere questo valore in un paio di documenti papiracei, che ben riflettono il greco parlato. A me resta comunque misterioso come i dotti riescano a leggere un papiro in cui io a malapena riconosco un kaì.
21 novembre 2010
letteratura
keep the faith

Sono abbastanza convinto che Oscar Wilde abbia scritto qualcosa come "lo stile di san Paolo è la rovina del cristianesimo" ma non riesco a trovare la citazione (ed internet non pare avere tutte le risposte, come invece si crede); in ogni caso, principalmente a Paolo è dedicata l'interessantissima Antropologia delle origini cristiane, di Adriana Destro e Mauro Pesce.

Non esattamente un testo per neofiti della materia (si parte subito con la distinzione tra "concetti etici" e "concetti emici", e per capirci qualcosa bisogna sapersi ben orientare nel Nuovo Testamento), è un lavoro estremamente interessante per capire, attraverso serrate analisi di alcune epistole paoline, degli Atti degli aspostoli e del Vangelo di Giovanni, i complessi rapporti tra cristianesimo ed ellenismo/ebraismo ed il modo con cui i primi cristiani pensavano se stessi ed il mondo circostante con un approccio che, a chi di antropologia ne sa ancora poco, risulta davvero affascinante.

Particolarmente tosto è il II capitolo, in cui si sfatano un po' di luoghi comuni, come quello del supposto dualismo mondo/chiesa di Paolo o l'idea che la ekklesìa volesse porsi come alternativa alla società pagana/ebraica dell'epoca. Da meditarci sopra, insomma.
1 novembre 2010
letteratura
cristodionisio

C'è stato un tempo (più o meno la prima metà del V secolo dC) in cui uno stesso autore poteva scrivere 48 (!) libri di Dionisiache (il più lungo poema del mondo antico, dedicato a Dioniso ed alle sue vicende, ultima, grande testimonianza del paganesimo letterario) e mettersi a fare una parafrasi poetica del Vangelo di Giovanni, senza, evidentemente, sentire la contraddizione tra i due mondi. Anzi, Nonno di Panopoli (così si chiamava), usava più o meno lo stesso linguaggio per spiegare la trasformazione dell'acqua in vino durante le nozze di Cana (è il capitolo 2 del Vangelo di Giovanni) e per descrivere il miracolo in cui Dioniso trasformava in vino il lago Astacide (nel l. XIV delle Dionisiache).

Secondo molti, la Parafrasi di Nonno si riallaccia a quel filone di cristiani ancora un po' pagani che volevano in qualche modo salvare la grande poesia pagana 'cristianizzandola' - è lo stesso orientamente alla base dei fantastici Centoni omerici, in cui episodi biblici ed evangelici vengono riscritti facendo "taglia e cuci" di versetti omerici, così i ggiovani cristiani del V secolo imparavano l'imperfetto senza aumento senza dannare la propria anima leggendo degli amori di Ares e Afrodite.

Tutto ciò perché, non sapendo nulla di Nonno (al massimo mi ero dedicato a Quinto Smirneo, autore del seguito dell'Iliade, gli epocali Posthomerica), ho letto la dottissima edizione del I Canto della Parafrasi di Giovanni, in cui, in un trionfo di formule omeriche, genitivi in -oio e linguaggio epicheggiante, si segue, con qualche difficoltà lessicale (Nonno adora inventarsi le parole), l'inno al Logos che apre il più difficile dei vangeli, il battesimo di Gesù (chiamato wanax, come Agamennone!) e la chiamata dei primi discepoli, e ci si perde nelle dispute teologiche dell'epoca, con un antiarianesimo spinto che confluisce quasi nel monofisismo.

Epico, letteralmente.
19 agosto 2009
letteratura
sobrie letture estive

Via Malvino, ho comprato Contro i cristiani di Porfirio, nell'edizione della Bompiani che riproduce, essenzialmente, l'edizione von Harnack del 1916.


Dato che i cristiani per primi ebbero la non brillantissima idea di inventare i roghi di libri (grazie, nipoti di Teodosio), l'opera di Porfirio sparì a metà del V secolodC, per sopravvivere solo nelle citazioni degli autori che la confutavano (Agostino, Eusebio et similia), più o meno come successe per il più famoso Discorso vero di Celso.

Von Harnack non si limitò però a raccogliere le testimonianze che facevano esplicito riferimento a Porfirio ma azzardò anche che l'anonima fonte anticristiana confutata da Macario a fine quarto secolo nel suo Apocritico fosse da identificarsi proprio nel Contro i cristiani, arrivando quindi ad inserire una cinquantina di passaggi di Macario nella su aricostruzione dell'opera di Porfirio. Mossa un filino spinta, ma intrigante.

Oltre a queste questioni filologiche (citerei anche che nel testo di Macario si trova un uso alquanto curioso di un certo verbo, motivo per il quale ho con piacere riscoperto di aver usato ben due frammenti di Porfirio per la mia tesi di laurea, cosa che avevo un po' rimosso – l'uso del verbo, tra l'altro, mi sembra poter argomentare, se non l'identificazione di Porfirio con l'anonimo usato da Macario, per lo meno il fatto che la fonte di Macario è, nei due luoghi, una sola), il testo di Porfirio così ricostruito non si limita alle accuse consuete rivolte aicristiani  (come quella di cannibalismo) e non sembra opera di un deficiente (come è di solito la controparte nei testi apologetici di un Minucio Felice o altri) ma si muove su un livello più elevato, attaccando la nuova religione in primis per le sue contraddizioni intratestuali (mostrando una buona conoscenza deiVangeli, da cui la storia, leggendaria, di una conversione dell'autore dal cristianesimo al paganesimo) o su questioni squisitamente teologiche (l'esclusione dei 'giusti' dalla nuova religione, se Cristo è venuto 'per i malati e non per i sani' o il destino delle anime di coloro che sono vissuti prima dell'incarnazione).

Lettura dotta e impegnativa, certamente meglio di, chessò, un Oddifredi qualunque.

1 ottobre 2007
politica interna
qualunquismo anticlericale
"C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente"



Lo so che la 'porpora cardinalizia' non vuole essere simbolo di ricchezza ma richiamare il sangue dei martiri, ma, visto il vangelo di ieri (Lc, 16 19-31), non ho resistito. Sul 'bisso' non mi esprimo.

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permalink | inviato da cheremone il 1/10/2007 alle 14:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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