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26 giugno 2009
vita scolastica
maturità 2009 - 2
Un blog goliardico si era divertito a far credere (e corriere.it ci era puntualmente cascato!) di aver trovato on-line il testo della versione dell'esame di stato 24 ore prima della prova scritta, mettendo sul sito una pagina sì di Cicerone ma non di Marco Tullio Cicerone, bensì del fratello (un testo, tra l'altro, di una disarmante facilità). Compiacendomi dell'aver capito subito di quale Cicerone si parlasse, mi sono cimentato con il testo realmente proposto ai ggiovani, un paio di paragrafetti (88 e 89) del primo libro del De officiis. Eccone, come consueto, la versione cheremonea:

Nec vero audiendi qui graviter inimicis irascendum putabunt idque magnanimi et fortis viri esse censebunt. Una delle mie battaglie da insegnante è convincere gli alunni a tradurre vero con 'poi' e non con 'veramente' (quello è vere), per non parlare poi delle mie epocali campagne per lo studio del gerundio e del gerundivo. Figuratevi quindi la mia gioia nell'annunciare che la prima frase suona qualcosa come 'Né poi sono da ascoltare/bisogna ascoltare (gerundivo!) coloro che crederanno che ci si debba adirare (altro gerundivo!) pesantemente con i nemici e che riterrano che ciò sia proprio di un uomo forte e magnanimo (genitivo di pertinenza!)'.

Nihil enim laudabilius, nihil magno et praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. Qui è facile, tranne l'ellissi del verbo: 'non c'è infatti nulla di più lodevole (i ggiovani avranno scitto 'lodabile')', nulla di più degno di un uomo grande ed illustre che l'indulgenza e la clemenza.

Incantevole il lungo periodo successivo: In liberis vero populis et in iuris aequabilitate exercenda etiam est facilitas et altitudo animi quae dicitur, ne si irascamur aut intempestive accedentibus aut impudenter rogantibus in morositatem inutilem et odiosam incidamus et tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhibeatur rei publicae causa severitas, sine qua administrari civitas non potest. Io tradurrei: 'POI, INOLTRE nei popoli liberi e nell'eguaglianza del diritto deve essere anche esercitata (ri-gerundivo!) l'affabilità e quella che è chiamata l'elevatezza d'animo, per non cadere (finale negativa!)' in un'inutile e noiosa intrattabilità, se ci adiriamo con quelli che vengono da noi in un momento poco opportuno o che ci fanno richieste senza ritegno, e tuttavia la moderazione e la clemenza devono essere lodate (gerundivo! Tipo il quarto!) in maniera tale che (consecutiva!) per il bene dello Stato (complemento di fine o scopo!) sia adottata anche la severità, senza la quale una città non può essere amministrata.

Poi le cose si fanno interessanti: omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque ad eius, qui punitur aliquem aut verbis castigat, sed ad rei publicae utilitatem referri. L'uso del debet ('invece ogni ammonimento e punizione deve essere privo di offesa) avrà perplesso i più, visto che non c'è un gerundivo e poi quell'ad eius sarà suonato strano (ma sottintende utilitatem): 'e non deve essere riferito all'utilità di colui che punisce o rimprovera a parole un altro ma all'utilità dello Stato'

Ormai avvezzi ai gerundivi, tradurremo cavendum est etiam ne maior poena quam culpa sit et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem. prohibenda autem maxime est ira puniendo con 'bisogna anche evitare che la pena sia maggiore della colpa e e che per alcune colpe alcuni siano puniti, altri invece nemmeno citati in giudizio, ma soprattutto bisogna evitare (gerundivo!) l'ira nel punire (gerundio!)'. Il concetto viene subito spiegato: numquam enim iratus qui accedet ad poenam mediocritatem illam tenebit, quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam, cioè, 'mai infatti chi si accosterà adirato alla pena potrà mantenere quella moderazione che si trova tra il troppo e il troppo poco, cosa che piace ai Peripatetici e piace a ragione, purché lodino l'iracondia e non dicano che ci è stata data dalla natura per un determinato scopo' – uhm, congiuntivo concessivo, con un'oscura polemica antiaristotelica.

La conclusione (illa vero omnibus in rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur) suona così: 'quella infatti – l'iracondia – deve essere evitata – indovina un po'... gerundivo! - in ogni circostanza e bisogna anzi desiderare che quelli che sono a capo dello Stato siano simili alle leggi – similis col genitivo! -  che sono guidate a punire non dall'iracondia ma dal senso di giustizia'.

Non facilissima versione, sarà piaciuta a Cesare Beccaria, meno ai ggiovani.

 
21 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 3
Mentre tutti continuano a fare i dantisti (ora pare ci fosse anche un errore di toponomastica umbra, tipo), noi ci diamo alla versione di latino, Seneca, De beneficiis VI 3 1 sgg,

Egregie mihi videtur M. Antonius apud Rabirium poetam, cum fortunam suam transeuntem alio videat et sibi nihil relictum praeter ius mortis, id quoque, si cito occupaverit, exclamare: “Hoc habeo, quodcumque dedi”.
Nel poeta Rabirio (e chi è?) mi sembra (costruzione personale di videor!) che Marco Antonio ben esclami “Io ho quel che ho donato”, vedendo (cum e congiuntivo!) i suoi beni (fortunam!) passare ad altri e che nulla gli era rimasto se non la possibilità di togliersi la vita (ius mortis! attendiamoci ‘polemiche’ sul ‘caso Welby’), e che anche questa possibilità (gli sarebbe stato sottratta) se presto l’avesse colta.

O quantum habere potuit, si voluisset!
Quanto avrebbe potuto aveve, se avesse voluto!

Hae sunt divitiae certae in quacumque sortis humanae levitate uno loco permansurae; quae cum maiores fuerint, hoc minorem habebunt invidiam
Queste sono le (uniche) ricchezze sicure, capaci di rimanere al loro posto in qualunque mutamento della vicenda umana; queste, quanto saranno divenute maggiori, tanto susciteranno meno odio (invidiam).

Quid tamquam tuo parcis? procurator es.
Di cosa sei parco come se fosse tuo? Sei un (semplie) amministratore (di ciò che erroneamente ritieni ‘tuo’, la cosa si fa filosofica)
 
Omnia ista, quae vos tumidos et supra humana elatos oblivisci cogunt vestrae fragilitatis, quae ferreis claustris custoditis armati, quae ex alieno sanguine rapta vestro defenditis, propter quae classes cruentaturas maria deducitis, propter quae quassatis urbes ignari, quantum telorum in aversos fortuna conparet, propter quae ruptis totiens adfinitatis, amicitiae, conlegii foederibus inter contendentes duos terrarum orbis elisus est, non sunt vestra; in depositi causa sunt iam iamque ad alium dominum spectantia; aut hostis illa aut  hostilis animi successor invadet.
Tutte queste cose che vi costringono, superbi e tracotanti (supra humana elatos), a scordarvi della vostra debolezza (genitivo retto da un verbo di memoria!), che custodite armati con catene di ferro, che difendete col vostro sangue dopo averle sottratte (rapta) con spargimento di sangue altrui, per le quali varate flotte destinate ad insanguinare i mari, per le quali sconvolgete le città, incuranti di quante frecce (interrogativa indiretta!) la sorte muova contro coloro che le voltano le spalle (aversos; un po’ tosto), per le quali, infranti tante volte i patti di parentela, di amicizia, di alleanza politica, tra due contendenti (Antonio e Ottaviano?) il mondo intero (terrarum orbis) fu schiacciato, tutte queste cose (Seneca ci mette un po’ per arrivare al punto) non sono vostre; vi sono date in prestito (in depositi causa), destinate presto (iam iamque) ad un altro padrone; le prenderà un nemico (hostis) o uno che subentrerà (successor) con animo da nemico.

Quaeris, quomodo illa tua facias? dona dando.
Chiedi in che modo potresti renderle davvero tue? Con il darle (gerundio!) in dono.

Consule igitur rebus tuis et certam tibi earum atque inexpugnabilem possessionem para honestiores illas, non solum tutiores facturus.
Provvedi (consule è verbo!) dunque ai tuoi beni e assicuratene un sicuro ed inespugnabile possesso, per renderli (incantevole participio futuro con valore finale) più nobili, non solo più stabili.

Istud, quod suspicis, quo te divitem ac potentem putas, quam diu possides, sub nomine sordido iacet: domus est, servus est, nummi sunt; cum donasti, beneficium est.
Ciò che ammiri, ciò per cui ti ritieni ricco e potente, per tutto il tempo che lo possiedi (qui i ggiovani avranno tradotto male il quam), si cela sotto un misero nome: è la casa, lo schiavo, le monete; una volta che l’hai donato, è una buona azione.

Niente di terribile, c’è stato di peggio.
 
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