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31 maggio 2011
musica
everything will burn, baby, burn

Com'è noto, i roghi di libri 'degeneri' non furono un'invenzione nazista e neanche cristiana (per quanto i cristiani avessero poi sempre citato Atti 19 18-19 per giustificare i roghi medievali - ma in Atti sono dei pagani neoconvertiti che bruciano
spontaneamente i propri libri, non i cristiani che li bruciano a loro), ma greca (se la storia di Protagora è vera e non propaganda periclea) e, soprattutto, romana.

Alle vicende dei rotoli 'di Numa', a Tito Labieno ed a Cremuzio Cordo è dedicato questo librettino di Lentano che, in poche pagine, mette insieme un vivace percorso sul tema, che termina con fanatici cristiani all'assalto del Serapeo nel IV secolo. Molto Fahrenheit.
20 marzo 2011
letteratura
massimo quattro colonne

La letteratura latina è piena di dibattiti sulla crisi dell'oratoria (il Dialogus tacitiano, il buon Quintiliano, Petronio, l'onnisciente Seneca) e di oratori si parla spesso (Cicerone, ovviamente, ma anche l'Apologia di Apuleio, restando al mondo romano) ma si ha sempre a che fare o con mostri sacri o con testi rielaborati per la pubblicazione (è il caso del momento più alto di Cicerone, la Pro Milone) e l'oratoria perde un po' il sapore della vita vissuta.

Paradossalmente, sembra pensare Mario Lentano, proprio la scuola di retorica che è spesso criticata dalle fonti (scholae discimus, non vitae, lamentava Seneca) in quanto lontana anni luce dalla realtà, con le sue situazioni paradossali, le sue leggi inventate ad hoc (pare si parli addirittura di un "diritto parallelo" su cui si esercitavano i futuri avvocati, cosa che sembra un po' controproducente) al punto che, terminata la scuola, il buon avvocato si sentiva perso nel foro, non avendo a che fare con pirati o principesse rapite, dà uno spaccato sincero della mentalità romana.

Infatti, a leggere la (purtroppo) breve antologia di declamationes che Lentano ha curato (Compiti in classe a Roma antica) si scopre che dietro casi inverosimili si fanno spazio per la prima volta voci solitamente trascurate, come quella delle mogli che accusano i mariti o dei figli che denunciano i padri.

E' inoltre divertente immaginare che, al posto di temi come La "condizione femminile" nella narrativa italiana degli ultimi cento anni. Il candidato ne tratti, sulla scorta delle proprie letture (una traccia della maturità di vent'anni fa, che pare una tesi di laurea e che avrà perplesso i più sul significato di "scorta")
, i ggiovani romani dovessero, chessò, impostare la difesa di una donna che, avendo partorito un figlio di colore, viene accusata di adulterio...
28 febbraio 2011
letteratura
pensieri de' tiranni

Per la serie "la fantasia al potere", Sei studi su Tacito di Claudio Buongiovanni raccoglie sei studi su Tacito di Claudio Buongiovanni. Per quanto insomma il titolo non sia dei più accattivanti, il lavoro, frutto di grande acume filologico, spazia da ricerche sull'uso di alcuni termini chiave della riflessione tacitiana (come facinus e dominatio), anche con riferimento ad altri storici ed ai corrispondenti greci, alla fortuna di Tacito tra '400 e '500, con belle pagine su Machiavelli e Guicciardini. Lettura impegnativa, comunque.
28 dicembre 2010
letteratura
pacem sine dubio post haec...

... verum cruentam. Tacito, come al solito, riesce in poche frasi a presentare limpidamente il principato di Augusto, capace sì di portare una pace duratura, ma insanguinata.

Ad Ottaviano, poi Augusto, è dedicata una bella biografia di Antonio Spinosa (che già si era occupato di Cesare), ma a tratti si ha l'impressione che la vera protagonista sia la moglie, Livia Drusilla, la cui principale occupazione sembra essere quella di togliere di mezzo eventuali altri eredi della gens Iulia, in modo che alla fine Augusto non possa far altro che adottare un claudio, Tiberio, la cui dinastia ci offrirà sovrani notoriamente equilibrati tipo Caligola o Nerone. Consigliato a chi adora le trame di palazzo ed ama perdersi in alberi genealogici in cui tutti si chiamano 'giulio'. Adoro la storia romana.
24 dicembre 2010
letteratura
il destino è quel che è

Nella famosa 'lettera sugli schiavi', il buon Seneca spiega che il destino si muove in maniera imprevedibile e che chi oggi è padrone, domani potrebbe trovarsi ridotto schiavo; tra i tanti exempla, evoca brevemente quello che accadde nella selva di Teutoburgo alla fine dell'estate del 9 dC, quando i Germani
, guidati da un tale Arminio, tesero un agguato a tre legioni romane guidate da Quintilio Varo e le massacrarono, uccidendo qualcosa come 18mila uomini e riducendone in schiavitù i pochi superstiti.

Per quanto ne scriva più di cinquant'anni dopo, Seneca non ha bisogno di molte parole (Variana clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit
), perché l'eco della sconfitta fu enorme, tale da restare nella memoria romana come uno dei momenti più cupi della loro storia.

A questa battaglia è dedicato un saggio di Peter S. Wells, che, spaziando tra le fonti letterarie (Tacito, Velleio Patercolo, Cassio Dione) ed archeologiche, cerca di ricostruire quanto accadde.

Il lavoro offre spunti interessanti (la fortuna di Arminio nei secoli successivi, come precursore dell'unità tedesca e di Bismark), in mezzo ad un po' di ripetizioni ed ad un certo disordine editoriale, talora cedendo al gusto dello splatter (la descrizione della battaglia stessa è un po' troppo compiaciuta) e qualche volta concedendo troppo all'immaginazione.

Stimolante, comunque, nel caso che uno voglia organizzare una campagna militare l'estate prossima.
18 ottobre 2010
letteratura
food is the first thing, morals follow on

Ci sono autori latini (Catone, Seneca, Sallustio, Tacito, Cicerone... insomma, quasi tutti) che, per quanto trattino argomenti diversi, ad un certo punto buttano lì una frasetta che trasuda moralismo, spesso anche a sproposito, sempre impegnati nella laudatio temporis acti.

Uno infatti si chiede perché in un manualetto di agricoltura si finisca col parlare del fatto che le donne chiacchierano troppo, perché per spiegare che gli schiavi sono persone come noi si presenti con orrore l'omosessualità passiva, perché nel raccontare la congiura di Catilina si resti sconvolti nello scoprire che una complice della congiura stessa osasse ballare, perché nell'illustrare la reazione dei Germani all'adulterio si sottolinei che lì non servono leggi ad hoc, perché non ci si limiti a criticare la politica di Marco Antonio senza bisogno di presentarlo come una prostituta da commedia plautina etc.

Una buona risposta viene da un bel saggio, The politics of immorality in ancient Rome, di Catharine Edwards; dopo una robusta introduzione, si parla di adulterio, di mollitia, di attori e di teatro, di edifici e di arredamento d'interno (Seneca, scopro, odia le colonnine ornamentali e ne parla per ore, manco fosse il matricidio) e di piaceri in generale.

E da qui a Brecht il passo è breve.
18 settembre 2010
letteratura
san girolamo non ne becca una

Mi è capitato sotto mano il secondo volume della vecchia Storia della letteratura latina di Virgilio Paladini ed Emanuele Castorina - la prima edizione è del 1970 - dedicato ai 'problemi critici'. Non è un manuale di storia letteraria ma, appunto, un'appendice critica, in cui, con cura espositiva, si illustrano alcuni nodi problematici (questioni di tradizione manoscritta, di biografia e cronologia, di attribuzione, di critica letteraria e di metrica), riassumendone i punti fondamentali ed offrendo, in qualche caso, delle proposte risolutive. Più un libro da consultazione che da studio/lettura, ha comunque delle pagine molto interessanti, come quelle sul Petronio arbiter di cui parla Tacito.
21 gennaio 2010
letteratura
tacita muta


Come nota il buon
D'Anna nella postfazione, il libro XVI degli Annales di Tacito si apre con la morte di Agrippina e si chiude con quella di Ottavia, i due delitti che persino i più sfegatati apologisti non possono non attribuire a Nerone.

Alla povera Ottavia, sorella di Britannico e moglie infelice dell'imperatore, è dedicato il recente lavoro di Liliana Madeo che, sotto la copertura del romanzo storico, cerca di ricostruire la storia della fanciulla (senza mai farle pronunciare parola) e, meglio ancora, il contesto storico della Roma del I secolo, con particolare attenzione alla condizione femminile e con l'introduzione di figure inventate (come la pittrice Artemisia), che servono da spunto per più ampie riflessioni.

Peccato solo per l'escamotage del "principe azzurro", non molto felice e un po' alla Harmony, temo
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7 gennaio 2010
letteratura
e fosse stato il maggiordomo?

Una delle pagine più belle della letteratura latina è la scena della morte di Britannico, raccontata da Tacito nel XIII libro degli Annales, dove, in un misto di detto e non detto, uno ha la netta impressione che il responsabile sia stato l'enfant terrible Nerone.

In difesa dell'imperatore più criticato della storia (oddio, un Eliogabalo forse era peggio), c'è l'ormai classico testo di Massimo Fini, che cerca, non sempre con correttezza filologica, va detto, di smentire la fama di sanguinario di uno che, e su questo pure lui è d'accordo, ha fatto uccidere la madre (persona un filino invadente, lo ammetto) e la povera mogliettina, Ottavia. Impresa non facile, ma Fini ce la mette tutta e a tratti sembra convincente, anche se ogni tanto nn è proprio di buon gusto (come quando definisce il povero Petronio 'checca dispettosa e vendicativa'). Lettura comunque intrigante.
19 giugno 2008
vita scolastica
maturità 2008 - 2 (storiografia for dummies CON UN ERRORE NEL TESTO!)
Stamane i ggiovani si sono trovati di fronte una pagina di Luciano (tratta dal Come si deve scrivere la storia) non particolarmente difficile (un libro di versioni, Triakonta, le attribuisce due ‘pallini’ su tre) ed anche abbastanza nota (ci sono discrete possibilità che molti l’abbiano tradotta nel corso del triennio). Ecco qua traduzione/commento cheremoneo:

La prima frase non ha verbo (frase nominale! frase nominale!) ma basta sottintendere un verbo essere ed ecco fatto: così dunque per me (sia) lo storico.

C’è poi un agile periodo che si snoda per tipo otto (!) righe, tutto retto da un imperativo iniziale, (a cui nel testo ministeriale mancava un accento - nota per secchioni) per cui viene fuori l’elenco delle caratteristiche del bravo storico: Sia impavido, imparziale, libero, amico della libertà di parola e della verità, capace di chiamare – come dice il comico – i fichi ‘fichi’ e la barca ‘barca’ (ok, non ha molto senso, ma è tipo l’italiano ‘dire pane al pane e vino al vino’ e comunque il vocabolario rende l’espressione come ‘chiamare le cose col proprio nome’), di ragionare senza odio né parzialità (pare Tacito, sine ira et studio) e senza risparmiarsi né per commiserazione né per vergogna né per imbarazzo, (sia) un equo giudice, benevolo nei confronti di tutti ma non fino al punto di attribuire qualcosa di più del necessario ad una delle parti, (sia) ospite nei libri ed apolide, autonomo, senza sovrano, non uno che calcola cosa sembri opportuno a questo (E QUI AL MINISTERO SI SONO DIMENTICATI UN PAIO DI PAROLE: Luciano scrive infatti ‘cosa sembri opportuno a questo E A QUELLO’) ma che dice cosa realmente è accaduto.

Nella seconda parte, Luciano fa esempi: Dunque Tucidide ha molto bene stabilito le leggi (della storiografia) ed ha ben distinto la buona e cattiva storiografia, notando che molto Erodoto ha concesso al meraviglioso (io tradurrei così, ma temo voglia dire solo che 'Erodoto è stato ammirato molto'), al punto che i suoi libri sono stati chiamati ‘Muse’ (qui il ggiovane dovrebbe ricordare che le Storie di Erodoto sono state divise dagli Alessandrini in 9 libri, chiamati ognuno col nome di una Musa, a partire da Clio, musa della storia).

Che Erodoto non piacesse al buon Luciano lo si deduce dal penultimo periodo: Dice infatti (il soggetto sottinteso è, ahimé, Tucidide e non Erodoto) di scrivere ‘un acquisto per l’eternità’ (è la definizione che Tucidide dà della sua opera nel proemio delle Storie) più che una declamazione per il presente, e dice di non accogliere favolette ma di lasciare la verità delle cose accadute ai posteri.

Nell’ultimo periodo, continua l’elogio di Tucidide e si illustra la classica idea dell’historia magistra vitae: Ed aggiunge l’utile e ciò che uno, ben ragionando, considererebbe il fine della storia, in modo che, se per caso di nuovo capitassero cose simili, potrebbero (uso un po’ dotto del verbo ‘echo’) – dice - , guardando alle cose scritte precedentemente, sfruttare bene quelle presenti (letteralmente ‘quelle fra i piedi’, ma l’espressione è comune in greco – sta, ad esempio, nelle Troiane di Euripide).
 
Il che risolve la minipolemica sul testo.
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