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14 maggio 2011
letteratura
maior pars mortalium, pauline

Mi sa che era proprio di questi tempi che, per la maturità di vent'anni fa, ripassavo il De brevitate vitae di Seneca (era quando si portavano due materie - fatte bene - anziché tutte le materia appiccicate alla meno peggio)
, in cui il povero Paolino ("prefetto dell'annona", tipo frase fatta, tranne il fatto che non avevo ben chiaro cosa fosse l' "annona") veniva inondato dalle osservazioni senecane sul (mal)uso del tempo. Per celebrare l'anniversario, ho recuperato l'edizione di Williams, che pubblica il testo latino del De otio e del De brevitate vitae con ricco commento, attento soprattutto ai fatti linguistici, tragicamente messo in coda al testo e scritto piccolo piccolo, in modo da renderne ardua la consultazione. Iactura temporis, direi.
20 marzo 2011
letteratura
massimo quattro colonne

La letteratura latina è piena di dibattiti sulla crisi dell'oratoria (il Dialogus tacitiano, il buon Quintiliano, Petronio, l'onnisciente Seneca) e di oratori si parla spesso (Cicerone, ovviamente, ma anche l'Apologia di Apuleio, restando al mondo romano) ma si ha sempre a che fare o con mostri sacri o con testi rielaborati per la pubblicazione (è il caso del momento più alto di Cicerone, la Pro Milone) e l'oratoria perde un po' il sapore della vita vissuta.

Paradossalmente, sembra pensare Mario Lentano, proprio la scuola di retorica che è spesso criticata dalle fonti (scholae discimus, non vitae, lamentava Seneca) in quanto lontana anni luce dalla realtà, con le sue situazioni paradossali, le sue leggi inventate ad hoc (pare si parli addirittura di un "diritto parallelo" su cui si esercitavano i futuri avvocati, cosa che sembra un po' controproducente) al punto che, terminata la scuola, il buon avvocato si sentiva perso nel foro, non avendo a che fare con pirati o principesse rapite, dà uno spaccato sincero della mentalità romana.

Infatti, a leggere la (purtroppo) breve antologia di declamationes che Lentano ha curato (Compiti in classe a Roma antica) si scopre che dietro casi inverosimili si fanno spazio per la prima volta voci solitamente trascurate, come quella delle mogli che accusano i mariti o dei figli che denunciano i padri.

E' inoltre divertente immaginare che, al posto di temi come La "condizione femminile" nella narrativa italiana degli ultimi cento anni. Il candidato ne tratti, sulla scorta delle proprie letture (una traccia della maturità di vent'anni fa, che pare una tesi di laurea e che avrà perplesso i più sul significato di "scorta")
, i ggiovani romani dovessero, chessò, impostare la difesa di una donna che, avendo partorito un figlio di colore, viene accusata di adulterio...
7 marzo 2011
letteratura
persistenza

A scuola, di Seneca tocca sempre fare la lettera sugli schiavi (ne parlavo qua) e qualcosa sul tempo (un po' di lettere o il De brevitate vitae), per cui ho letto Il senso e il non senso del tempo in Seneca di Valeria Viparelli, col risultato di farmi venire il mal di testa. Considerato che, a proposito di tempi perduti, Proust è ben altro, qui uno si perde in riflessioni sparse, piuttosto disordinate e volutamente involute. Si fa prima a leggere direttamente Seneca, che è comunque un po' più vivace.
26 gennaio 2011
letteratura
istrioni imperiali

Il sangue e il potere è una sorta di divertissement di Corrado Augias e Vladimiro Polchi che hanno scritto tre pieces teatrali (effettivamente rappresentate a Roma tra il 2005 ed il 2007) dedicati ad un immaginario "processo" a Giulio Cesare, Tiberio (su cui ho appena letto anche questo) e Nerone (già ben difeso da Massimo Fini, direi).

Ci sono dunque le arringhe della difesa e dell'accusa, nonché i testimoni (da Cleopatra a Britannico, da Livia ad Agrippina e non manca Seneca), mentre la sentenza finale è lasciata al lettore. Manca però la voce degli accusati e, divertissement per divertissement, la si poteva anche mettere...
24 dicembre 2010
letteratura
il destino è quel che è

Nella famosa 'lettera sugli schiavi', il buon Seneca spiega che il destino si muove in maniera imprevedibile e che chi oggi è padrone, domani potrebbe trovarsi ridotto schiavo; tra i tanti exempla, evoca brevemente quello che accadde nella selva di Teutoburgo alla fine dell'estate del 9 dC, quando i Germani
, guidati da un tale Arminio, tesero un agguato a tre legioni romane guidate da Quintilio Varo e le massacrarono, uccidendo qualcosa come 18mila uomini e riducendone in schiavitù i pochi superstiti.

Per quanto ne scriva più di cinquant'anni dopo, Seneca non ha bisogno di molte parole (Variana clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit
), perché l'eco della sconfitta fu enorme, tale da restare nella memoria romana come uno dei momenti più cupi della loro storia.

A questa battaglia è dedicato un saggio di Peter S. Wells, che, spaziando tra le fonti letterarie (Tacito, Velleio Patercolo, Cassio Dione) ed archeologiche, cerca di ricostruire quanto accadde.

Il lavoro offre spunti interessanti (la fortuna di Arminio nei secoli successivi, come precursore dell'unità tedesca e di Bismark), in mezzo ad un po' di ripetizioni ed ad un certo disordine editoriale, talora cedendo al gusto dello splatter (la descrizione della battaglia stessa è un po' troppo compiaciuta) e qualche volta concedendo troppo all'immaginazione.

Stimolante, comunque, nel caso che uno voglia organizzare una campagna militare l'estate prossima.
2 novembre 2010
letteratura
ancora teodicee

Visto che se ne parlava qui, ho letto il De providentia di Seneca, con l'introduzione di Traina ed un bel saggio di Dionigi sulla teodicea. In mezzo ad istigazioni al suicidio e provvidenzialismo stoico c'è tutto quello che deve esserci ma il buon Seneca, come al solito, imbroglia un po' e fa il vago sul significato di "perché" nella domanda "perché esiste il male?"; così non risponde ad una causale (da dove viene il male?) ma ad una finale (a che serve il male?). Subdolo.
18 ottobre 2010
letteratura
food is the first thing, morals follow on

Ci sono autori latini (Catone, Seneca, Sallustio, Tacito, Cicerone... insomma, quasi tutti) che, per quanto trattino argomenti diversi, ad un certo punto buttano lì una frasetta che trasuda moralismo, spesso anche a sproposito, sempre impegnati nella laudatio temporis acti.

Uno infatti si chiede perché in un manualetto di agricoltura si finisca col parlare del fatto che le donne chiacchierano troppo, perché per spiegare che gli schiavi sono persone come noi si presenti con orrore l'omosessualità passiva, perché nel raccontare la congiura di Catilina si resti sconvolti nello scoprire che una complice della congiura stessa osasse ballare, perché nell'illustrare la reazione dei Germani all'adulterio si sottolinei che lì non servono leggi ad hoc, perché non ci si limiti a criticare la politica di Marco Antonio senza bisogno di presentarlo come una prostituta da commedia plautina etc.

Una buona risposta viene da un bel saggio, The politics of immorality in ancient Rome, di Catharine Edwards; dopo una robusta introduzione, si parla di adulterio, di mollitia, di attori e di teatro, di edifici e di arredamento d'interno (Seneca, scopro, odia le colonnine ornamentali e ne parla per ore, manco fosse il matricidio) e di piaceri in generale.

E da qui a Brecht il passo è breve.
3 ottobre 2010
letteratura
teodicee
Ormai consacrato agli studi senecani (l'altro giorno i fanciulli del III sono rimasti perplessi quando ho sottolineato che Seneca usa l'avverbio immo 42 volte), ho letto un libricino breve ma denso, L'avvocato di dio, uscito a suo tempo a commento dell'edizione del De providentia curata da Alfonso Traina. In esso discutono di teo-dicea (cioà della "giustizia di Dio": se Dio è buono, perché esiste il Male?) il filosofo Massimo Cacciari, i filologi Luciano Canfora e Ivano Dionigi e  il cristianista Paolo Serra Zanetti, nonché lo stesso Traina. A un certo punto, si cita una delle pagine più forti de La notte di Elie Wiesel, che merita sempre:

"Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le SS intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.


Le SS sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva.


Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.


- Viva la libertà! - gridarono i due adulti.


Il piccolo, lui, taceva.


- Dov'è il Buon Dio? Dov'e? - domandò qualcuno dietro di me.


A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.


Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.


Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.


- Copritevi!


Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...


Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.


Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov'è dunque Dio?


E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca..."

(il testo sta qui)

26 settembre 2010
letteratura
apologia di seneca


Dunque, è noto che trovo Seneca un po' insopportabile e che quest'anno coi libri di testo non sono molto fortunato.

Immaginate dunque la mia gioia nel prendere in mano il libro di autori latini, chiamato L'uomo dalla schiavitù alla fede e consistente in un'antologia di Seneca e sant' Agostino (strano accostamento; a me viene in mente, come luogo comune, solo il tema del tempo).

Armato di santa pazienza ed imponendomi di fare comunque un buon lavoro, prendo in mano il classico lavoro di Alfonso Traina, Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca e, oltre a perdermi in curiosi grecismi sintattici ed oceani di figure retoriche, scopro una notevole appendice dedicata, guarda un po', a Seneca e Agostino, da cui appuro che Agostino DETESTA Seneca (per l'autarchia stoica che non lascia spazio alla grazia divina, per la fiducia nella natura che è invece orrendamente macchiata dal peccato originale ed in generale per il fatto che le critiche di Seneca al paganesimo tradizionale servono poco a chi se la prende coi pelagiani).

Sarà un anno scolastico interessante...

ps
ad una rivalutazione di Seneca contribuisce la sconvolgente scoperta che l'epitafio del mio mito Nikos Kazantzikis pare venire dritto dritto dalle Epistole a Lucilio: quaeris quae sit libertas? non homines timere, non deos (chiedi cosa sia la libertà? Non temere gli uomini, e nemmeno gli dèi).
25 settembre 2010
letteratura
mi devo essere perso il cinismo

Mentre questo libro era un po' impegnativo, La filosofia ellenistica di Anthony A . Long è un pochino più chiaro (solo un pochino, perché quando parla dei meccanismi della conoscenza nello stoicismo diventa un po' delirante). Il grosso del lavoro è dedicato ad epicureismo, scetticismo e stoicismo, presentati con dottrina e, quasi sempre, con chiarezza espositiva; parecchi sono gli spunti interessanti, come l'idea di Posidionio per la quale la parte irrazionale dell'anima può essere 'curata' solo da ciò che tiene presente l'irrazionale stesso, come la musica o la tragedia, in una intrigante rilettura della catarsi di Aristotele e in una conseguente rivalutazione delle tragedie di Seneca.
13 settembre 2010
letteratura
con le mani sbucci le cipolle

Signa culturae è il bel titolo di una recente raccolta di saggi di Mario Lentano che, con attenzione antropologica, spazia su temi come il beneficium o l'universo (per me quasi del tutto ignoto) delle declamationes delle scuole retoriche (che debba rivalutare Seneca il Vecchio?); molto deriva dall'altro suo lavoro sulla parentela, qui mi sono parsi molto interessanti gli scritti su Ippolito come figlio 'degenere' e soprattutto sulla de-mascolinizzazione di Ercole nell'Oeteus di Seneca (pare che i latini individuassero la virilità in parti del corpo non sospette, tipo le mani).
3 agosto 2010
letteratura
paradoxa stoicorum


Di Seneca detesto (come dice Quintiliano) le frasette senteziose e il fatto che il Lucilio destinatario delle Epistulae dovesse essere ancora più tonto degli interlocutori di Socrate in Platone, visto che il buon Seneca, dopo aver espresso un concetto (solitamente banalotto, solo ogni tanto c'è qualcosa di illuminante) lo fa seguire ogni santa volta da dieci esempi, quando uno ha già capito il concetto la prima volta. Logorroico.

Nel caso invece che uno trovi intrigante perdersi nello stoicismo, c'è un tosto saggio di Paul Veyne, Seneca, che, non con molta chiarezza, ti immerge nelle contraddizioni, nelle aporie, nelle scoperte (che ad esempio l'anima sia immortale non pare così ovvio) di quello che comunque resta un sofferto e nobile percorso verso la saggezza. Un filino narcisistico, comunque.
20 luglio 2010
letteratura
vita di un uomo

Di veri geni ce ne saranno una decina per generazione. La storia di oggi è quella di Milman Parry, una storia che parte dalla Sorbona di Parigi e da una corposa tesi di dottorato, scritta in francese da un americano che sapeva tutto Omero a memoria. Il lavoro di Parry sulle 'formule' omeriche occupa, nella filologia classica, lo stesso posto che la teoria della relatività di Einstein occupa nella fisica; ma poi non si finisce lì, perché, dopo aver capito che una poesia come quella di Omero poteva solo essere orale, Parry è andato alla ricerca di aedi moderni, e li ha trovati in quello che allora (1933-1935) era il Regno di Iugoslavia. E così, qualcosa come 3mila anni dopo Omero, c'erano canti tramandati oralmente, di storie di eroi, guerrieri, principi e sultani, costruiti come sono state costruite l'Iliade e l'Odissea.

Leggere la raccolta degli scritti di Parry (tra cui la prima traduzione inglese delle tesi di dottorato) vuol dire armarsi di pazienza (il lavoro di catalogazione ed analisi di epiteti e formule è certosino) e seguire, passo dopo passo, un pensiero geniale nel suo sviluppo, da timidi accenni a radicali stravolgimenti.

Il fatto che poi Milman Parry sia morto a soli 33 anni, dopo aver rivoluzionato gli studi omerici e risolto la "questione omerica", è un testamento a quello che diceva Seneca: vita, si uti scias, longa est.

23 aprile 2010
letteratura
the world's a stage

Il buon Paduano ha messo insieme questo Il teatro antico pensando ad una introduzione alla drammaturgia classica, ma la cosa è riuscita un po' a metà: l'introduzione è un po' scarna ed il libro entra subito nel vivo, con la trama di tutte le opere complete del teatro antico (i tragici greci, i due comici greci, i due latini e pure Seneca) e una paginetta di commento, tanto densa quanto breve, per ogni dramma, più una riflessione finale sul singolo autore. Fare un commento approfondito a tutte le opere avrebbe reso l'opera una sorta di enciclopedia sterminata, ma così si rischia di precipitare nel nozionismo puro e finire col credere che il Reso euripideo conti quanto, chessò, l'Edipo re. Un buon punto di partenza, ma non sempre adatto a chi ne sa già poco.
3 gennaio 2010
letteratura
ex uno plures, tipo

Si comincia con Talete e si finisce con Proclo, ed è affascinante vedere quanto ci sia tra l'arché e l'Uno. E' d'altro canto intrigante vedere come dalla ragione si finisca, inevitabilmente, alla Fede. Il percorso della filosofia greco-romana è ben raccontato da questo L'esercizio della ragione nel mondo classico, ben scritto, ma non sempre chiarissimo (personalmente mi sono perso dalle parti di Plotino, ma mi ci ero perso anche al liceo, quindi mi sa che è più un problema mio), comunque utile (la parte su Seneca mi sembra magistrale).
16 dicembre 2009
letteratura
pulpiti


Ho sempre trovato incantevolmente ipocrita il buon Seneca che da una parte inonda il povero Lucilio di sterminate lettere su quanto bisogna trattare bene gli schiavi (come la famosa epistula del 'sono schiavi, anzi uomini', con cui i ggiovani imparano il significato di immo, essenzialmente – è la 47esima del libro V) e dall'altra, alla prese con un non solertissimo sovrintendente della sua villa (epistula XII), lo prende a parolacce.

Per saperne comunque di più sulla schiavitù nel mondo greco-romano, c'è questo recente saggio, un po' prolisso a tratti ma comunque interessante.

21 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 3
Mentre tutti continuano a fare i dantisti (ora pare ci fosse anche un errore di toponomastica umbra, tipo), noi ci diamo alla versione di latino, Seneca, De beneficiis VI 3 1 sgg,

Egregie mihi videtur M. Antonius apud Rabirium poetam, cum fortunam suam transeuntem alio videat et sibi nihil relictum praeter ius mortis, id quoque, si cito occupaverit, exclamare: “Hoc habeo, quodcumque dedi”.
Nel poeta Rabirio (e chi è?) mi sembra (costruzione personale di videor!) che Marco Antonio ben esclami “Io ho quel che ho donato”, vedendo (cum e congiuntivo!) i suoi beni (fortunam!) passare ad altri e che nulla gli era rimasto se non la possibilità di togliersi la vita (ius mortis! attendiamoci ‘polemiche’ sul ‘caso Welby’), e che anche questa possibilità (gli sarebbe stato sottratta) se presto l’avesse colta.

O quantum habere potuit, si voluisset!
Quanto avrebbe potuto aveve, se avesse voluto!

Hae sunt divitiae certae in quacumque sortis humanae levitate uno loco permansurae; quae cum maiores fuerint, hoc minorem habebunt invidiam
Queste sono le (uniche) ricchezze sicure, capaci di rimanere al loro posto in qualunque mutamento della vicenda umana; queste, quanto saranno divenute maggiori, tanto susciteranno meno odio (invidiam).

Quid tamquam tuo parcis? procurator es.
Di cosa sei parco come se fosse tuo? Sei un (semplie) amministratore (di ciò che erroneamente ritieni ‘tuo’, la cosa si fa filosofica)
 
Omnia ista, quae vos tumidos et supra humana elatos oblivisci cogunt vestrae fragilitatis, quae ferreis claustris custoditis armati, quae ex alieno sanguine rapta vestro defenditis, propter quae classes cruentaturas maria deducitis, propter quae quassatis urbes ignari, quantum telorum in aversos fortuna conparet, propter quae ruptis totiens adfinitatis, amicitiae, conlegii foederibus inter contendentes duos terrarum orbis elisus est, non sunt vestra; in depositi causa sunt iam iamque ad alium dominum spectantia; aut hostis illa aut  hostilis animi successor invadet.
Tutte queste cose che vi costringono, superbi e tracotanti (supra humana elatos), a scordarvi della vostra debolezza (genitivo retto da un verbo di memoria!), che custodite armati con catene di ferro, che difendete col vostro sangue dopo averle sottratte (rapta) con spargimento di sangue altrui, per le quali varate flotte destinate ad insanguinare i mari, per le quali sconvolgete le città, incuranti di quante frecce (interrogativa indiretta!) la sorte muova contro coloro che le voltano le spalle (aversos; un po’ tosto), per le quali, infranti tante volte i patti di parentela, di amicizia, di alleanza politica, tra due contendenti (Antonio e Ottaviano?) il mondo intero (terrarum orbis) fu schiacciato, tutte queste cose (Seneca ci mette un po’ per arrivare al punto) non sono vostre; vi sono date in prestito (in depositi causa), destinate presto (iam iamque) ad un altro padrone; le prenderà un nemico (hostis) o uno che subentrerà (successor) con animo da nemico.

Quaeris, quomodo illa tua facias? dona dando.
Chiedi in che modo potresti renderle davvero tue? Con il darle (gerundio!) in dono.

Consule igitur rebus tuis et certam tibi earum atque inexpugnabilem possessionem para honestiores illas, non solum tutiores facturus.
Provvedi (consule è verbo!) dunque ai tuoi beni e assicuratene un sicuro ed inespugnabile possesso, per renderli (incantevole participio futuro con valore finale) più nobili, non solo più stabili.

Istud, quod suspicis, quo te divitem ac potentem putas, quam diu possides, sub nomine sordido iacet: domus est, servus est, nummi sunt; cum donasti, beneficium est.
Ciò che ammiri, ciò per cui ti ritieni ricco e potente, per tutto il tempo che lo possiedi (qui i ggiovani avranno tradotto male il quam), si cela sotto un misero nome: è la casa, lo schiavo, le monete; una volta che l’hai donato, è una buona azione.

Niente di terribile, c’è stato di peggio.
 
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