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4 marzo 2011
politica estera
povera è la terra

Nel 1999 stavo a Sarajevo, e ho avuto l'occasione di conoscere Jovan Diviak, il generale bosniaco che disertò per difendere la città dall'attacco dei Serbi, oggi arrestato in Austria, leggo qua. Ci portò sulle colline intorno alla città, in un sentiero in mezzo ai boschi ("non uscite dalla traccia, perché ci sono le mine"), a vedere le postazioni da cui partivano i colpi di mortaio e a raccontarci storie di guerra, e della sua associazione per gli orfani di Sarajevo, per cui avevano gli zaini pieni di giocattoli.

Al ritorno, sulla nave c'è un ragazzo bosniaco che parla un po' italiano e un po' inglese e che ci racconta della guerra, e dice che Diviak mandava i suoi soldati sotto i colpi dei cecchini, solo per guadagnare qualche metro.

War, war is stupid, si diceva.
1 gennaio 2009
diari di viaggio
not constantinople - 4
(qui la terza parte) La terza giornata a Istanbul inizia con la consueta pioggetta, destinata a peggiorare col corso delle ore.

Lo scopo della mattinata è quello di andare in Asia (purtroppo il giochino del fare avanti e indietro di corsa escalmando alternativamente 'Europa!' o 'Asia!' è inficiato dal fatto che per attraversare il Bosforo bisogna percorrere 1.600 metri di ponte o stare una ventina di minuti su un battello), cosa che riusciamo a fare senza troppe difficoltà. Nella parte asiatica (non particolarmente etnica, solo un po' più povera) piove con più violenza, ma noi non possiamo negare a noi stessi l'esperienza dell'autobus turco (linea 15c, per essere precisi) che ci porta fino al Beylerbeyi Saray, 'sobria', 'semplice' e 'modesta' dimora estiva del sultano, nonché luogo di rappresentanza che ospitò la moglie di Napoleone III, tipo.

Nel pomeriggio andiamo a visitare Agia Sophia (santa Sofia, in greco), chiesa (anch'essa 'sobria', 'semplice' e 'modesta') fatta costruire da Giustiniano e diventata, 900 anni dopo, una moschea per mano di Maometto VI (la sequenza 'costruito/a da Giustiniano' e 'adattato/a da Maometto VI' è piuttosto frequente in città) per finire poi in museo con Ataturk nel 1936. Santa Sofia è, semplicemente, una delle cose più maestose costruita dall'essere umano - il che vale in parte anche per la cosiddetta Moschea Blu che visitiamo subito dopo.

Dopo aver comprato tappeti e quadretti che garantiranno il nostro arresto alla dogana per cui questo 'post' sarà pubblicato dal carcere di Rebibbia – o di Ankara, se va proprio male, inizia la riflessione su 'cosa a fare a capodanno'; dalle poche fonti in nostro possesso (a) quello che ci ha detto il tizio dell'ufficio informazioni e b) un sondaggio che ho letto su timeoutistanbul.com) pare che la 'gente' si ammassi in piazza Taksim; dopo aver cenato (non ho ancora detto che a Istanbul si mangia oggettivamente bene spendendo oggettivamente poco – se naturalmente non vi turnano concetti come 'yoghurt'  'verza' e 'melanzana'), andiamo quindi a Taksim.

E qui le cose assumono una connotazione interessante: da quanto abbiamo potuto ricostruire, il capodanno (che non appartiene alla tradizione islamica che, come noto, ha un suo calendario) non è percepito come ricorrenza particolare ma è comunque celebrato (in parte per far contenti i turisti europei, vedendo per lo meno le vetrine dei locali o le pubblicità dei ristoranti), anche se un po' in tono minore. La piazza Taksim e il lungo viale che vi conduce, effettivamente pieni di ragazzi, in parte stranieri ma anche moltissimi turchi, hanno ad ogni lato poliziotti in divisa, spesso armati (e non solo di manganello), come a trasmettere l'idea di un'amministrazione locale che voglia assolutamente tenere sotto controllo 'la piazza' ed evitare incindenti - la veramente forte e quotidiana presenza delle forze dell'ordine in città è una cosa che colpisce molto, e che a pelle non sembra giustificata dal comunque reale pericolo di attentati terroristici. L'impressione che ho che il governo non voglia sottolineare la ricorrenza, per cui, da quanto percepito,in città non vi era nulla di pubblicamente organizzato e la massa di persone che si accalca in piazza Taksim rappresenta soltanto il desiderio dei ragazzi cresciuti davanti alla televisione di esserci, di partecipare ad uno di quegli eventi 'globali' che costellano il pianeta.

E così, senza un tabellone luminoso che scandisca il trascorre dei secondi, quando è più o meno mezzanotte ci sono pochi secondi di entusiasmo, qualche fuoco d'artificio dal vicino Bosforo e poco altro (persino il capodanno del 2000, a Sarajevo, mi pare, fu più vivace).

La strana impressione è che i ragazzi di piazza Taksim volessero festaggiare senza sapere come fare. Comunque, buon 2009.


20 dicembre 2008
blur vs cheremone
E' abbastanza recente la notizia che i Blur si sono rimessi insieme e che a luglio terranno un paio di concerti ad Hyde Park. Visto che i Blur (1991-2003) sono stati la colonna sonora della mia vita, ecco, in ordine cronologico, 12 momenti fondamentali:

UNO: E' l'estate del 1991, sono in Inghilterra per la seconda volta. E' l'anno in cui non mi limito a Londra ma mi spingo fino alla Scozia. I Blur pubblicano il loro primo album (comprato non ricordo dove, credo a Bath), quello che contiene There's no other way. Sono i tempi di Madchester, e i Blur sono uno dei gruppi più promettenti della risposta della capitale ai venti acidi del nord (sì, l'espressione 'venti acidi' è fastidiosa):

DUE: E' il 1993, i Blur pubblicano il loro secondo album, Modern life is rubbish (che compro da Messaggerie Musicali, a via del Corso). Io sono all'università, e una canzone come For tomorrow dice tutto quello che c'è da dire:

TRE: Il loro terzo album (Parklife) esce nel 1994. Per me è un anno un po' confuso. Mi ricordo però la successione dei singoli: Girls & boys (con annesso remix dei Pet Shop Boys – inoltre io sto studiando tedesco, quindi mi compiaccio quando capisco 'du bist sehr schon') e la loro esibizione a Un disco per l'estate, To the end (capolavoro assoluto – singolo comprato da Disfunzioni musicali), Parklife (la canzone ufficiale del 'britpop') e la meravigliosa End of a century:

QUATTRO: Concerto dei Blur al Palladium! Estasi! Estasi!

CINQUE: Estate del 1995; sono di nuovo a Londra, quando Blur e Oasis si sfidano, pubblicando un singolo lo stesso giorno. Gli Oasis scelgono Roll with it (il loro brano più debole fino a quel momento), i Blur Country house (allora salutata come eponimo dello zeitgeist, ora un po' pacchiana) ed entrano al #1 della classifica inglese:

SEI: L'album è The great escape. Dentro c'è The universal, che è così bella che fa piangere (e il video omaggia Arancia meccanica):

SETTE: I Blur fanno un concerto in Italia, solo che è a Firenze. Trascino un amico fin lì. Ri-estasi! Ri-estasi!

OTTO: E' il 1997, tempo di dottorati in giro per l'Italia. Compro il loro quinto album (l'eponimo Blur) a Torino, mi pare. Dentro c'è Song 2:

NOVE: Primavera del 1999; compro Tender (ricordo chiaramente di averla ascoltata la prima volta mentre aspettavo m. sotto l'università, ai tempi del lettore cd portatile); l'album si chiama 13 e contiene No distance left to run, che dice un po' tutto sulla mia vita a quel punto; per me è l'estate di Sarajevo e New York:

DIECI: Esce Best of Blur, che compro via internet su Zivago (loro si sbagliano, e non mi mandano l'edizione su due cd ma quella singola, che viene regalata a dimanche, che adora Music is my radar).

UNDICI: Le cose cambiano per tutti; Graham Coxon esce dai Blur, io comincio a lavorare in Svizzera e loro fanno lo strano Think Thank, il cui primo singolo si chiama Out of time. Inizia la guerra in Iraq:

DODICI: Nel frattempo, Damon Albarn ha fatto due dischi coi Gorillaz, io sono andato in Mali e poi c'è andato anche lui, a farci un disco splendido. Poi ha fatto un'opera lirica, in cinese. E' il 2008, Graham e Damon hanno fatto pace. C'è ancora la guerra in Iraq.
14 febbraio 2005
boyband 33

So perfettamente che dovrei fare altro (tipo: capire perché il viaggio con il IV in Grecia sarà un'odissea via nave e non un sereno viaggio in aereo, preparare il suddetto viaggio, preparare il corso di recupero di latino e greco per il V, trovare un modo per far interessare il IV a geografia che non sia la violenza o la minaccia, scrivere una lettera di protesta alla GS perché hanno finito la Diet Pepsi e hanno solo due gusti di Haagen Dazs, smetterla di ordinare testi su Ibs per la approfondire la tesina SSIS su Sarajevo e simili) ma trovo molto più divertente riflettere sui testi di un paio di canzoni, quelle con cui le boybands si congedano alla fine della carriera, quando lo scioglimento è imminente o decidono di prendersi 'un periodo di pausa'.

 

            Mi vengono dunque in mente la vecchia Never Forget dei Take That (il loro ultimo singolo con Robbie) e la più recente Curtains Fall dei Blue.

 

            Il testo dei TT si apre con l'inquietante constatazione che non sono più dei giovanotti (Been on this path of life for so long) e con la drammatica immagine della fine imminente (Finding a paradise wasn't easy but still / There's a road going down the other side of this hill). Struggente e lirico il ritornello, con un accorato riferimento alle origini della boyband stessa (Never forget where you've come here from, cioè discoteche gay di infimo livello, giova ricordare), la consapevolezza che tutto è finto e precostruito (Never pretend that it's all real) e l'immagine simbolica del passaggio di testimone ad altri (Someday soon this will be someone else's dream, cioè dei 5ive). Un bellissimo inserto centrale (con tanto di coro di bambini) sottolinea i grandi successi (We've come so far and we've reached so high - il duetto con Lulu, immagino), confuta l'idea dell'invecchiamento avanzata prima (And we're still so young and we hope for more) e, con una autoanalisi kafkiana, si chiude con una amara constatazione: We're not invincible, we're not invincible - No.

            Anche i Blue ammettono le dubbie frequentazioni iniziali (We come from humble beginnings) ma affermano baldanzosamente di aver superato la notte della ragione (But we made it though the night), ribadendo l'idea, falsa, di aver sfondato il mercato americano (It´s like a game of truth or dare - l'espressione non è inglese ma appunto angloamericana). All'improvviso, si rendono conto che le cose non stanno così e che il gioco sta finendo: But the story's getting old. Riflettendo sul tempo trascorso nella boyband, si scopre che esso ha avuto funzioni catartiche (Together we faced the cold outside ... Together we faced our final fears), in netto contrasto con l'immagini lieta che di solito li caratterizza. Il ritornello poi è una struggente constatazione della fine imminente (We´ll be ready when the curtain might fall), nonché una bellissima autoaffermazione: in un pirandelliano universo di ruoli, noi Blue non ci siamo mai piegati ed abbiamo sempre mantenuto la nostra integrità: We all got a part we must play / And I've done it, but I've done it my way; non manca un'appassionato riferimento alle difficoltà che hanno dovuto superare: And we made a lot of sacrifice / Undid a lot of ties / Fought a lot of fights / To get where we are now. Perché, allora, tutti ci chiediamo, prendersi un 'periodo di pausa'?

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