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21 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 3
Mentre tutti continuano a fare i dantisti (ora pare ci fosse anche un errore di toponomastica umbra, tipo), noi ci diamo alla versione di latino, Seneca, De beneficiis VI 3 1 sgg,

Egregie mihi videtur M. Antonius apud Rabirium poetam, cum fortunam suam transeuntem alio videat et sibi nihil relictum praeter ius mortis, id quoque, si cito occupaverit, exclamare: “Hoc habeo, quodcumque dedi”.
Nel poeta Rabirio (e chi è?) mi sembra (costruzione personale di videor!) che Marco Antonio ben esclami “Io ho quel che ho donato”, vedendo (cum e congiuntivo!) i suoi beni (fortunam!) passare ad altri e che nulla gli era rimasto se non la possibilità di togliersi la vita (ius mortis! attendiamoci ‘polemiche’ sul ‘caso Welby’), e che anche questa possibilità (gli sarebbe stato sottratta) se presto l’avesse colta.

O quantum habere potuit, si voluisset!
Quanto avrebbe potuto aveve, se avesse voluto!

Hae sunt divitiae certae in quacumque sortis humanae levitate uno loco permansurae; quae cum maiores fuerint, hoc minorem habebunt invidiam
Queste sono le (uniche) ricchezze sicure, capaci di rimanere al loro posto in qualunque mutamento della vicenda umana; queste, quanto saranno divenute maggiori, tanto susciteranno meno odio (invidiam).

Quid tamquam tuo parcis? procurator es.
Di cosa sei parco come se fosse tuo? Sei un (semplie) amministratore (di ciò che erroneamente ritieni ‘tuo’, la cosa si fa filosofica)
 
Omnia ista, quae vos tumidos et supra humana elatos oblivisci cogunt vestrae fragilitatis, quae ferreis claustris custoditis armati, quae ex alieno sanguine rapta vestro defenditis, propter quae classes cruentaturas maria deducitis, propter quae quassatis urbes ignari, quantum telorum in aversos fortuna conparet, propter quae ruptis totiens adfinitatis, amicitiae, conlegii foederibus inter contendentes duos terrarum orbis elisus est, non sunt vestra; in depositi causa sunt iam iamque ad alium dominum spectantia; aut hostis illa aut  hostilis animi successor invadet.
Tutte queste cose che vi costringono, superbi e tracotanti (supra humana elatos), a scordarvi della vostra debolezza (genitivo retto da un verbo di memoria!), che custodite armati con catene di ferro, che difendete col vostro sangue dopo averle sottratte (rapta) con spargimento di sangue altrui, per le quali varate flotte destinate ad insanguinare i mari, per le quali sconvolgete le città, incuranti di quante frecce (interrogativa indiretta!) la sorte muova contro coloro che le voltano le spalle (aversos; un po’ tosto), per le quali, infranti tante volte i patti di parentela, di amicizia, di alleanza politica, tra due contendenti (Antonio e Ottaviano?) il mondo intero (terrarum orbis) fu schiacciato, tutte queste cose (Seneca ci mette un po’ per arrivare al punto) non sono vostre; vi sono date in prestito (in depositi causa), destinate presto (iam iamque) ad un altro padrone; le prenderà un nemico (hostis) o uno che subentrerà (successor) con animo da nemico.

Quaeris, quomodo illa tua facias? dona dando.
Chiedi in che modo potresti renderle davvero tue? Con il darle (gerundio!) in dono.

Consule igitur rebus tuis et certam tibi earum atque inexpugnabilem possessionem para honestiores illas, non solum tutiores facturus.
Provvedi (consule è verbo!) dunque ai tuoi beni e assicuratene un sicuro ed inespugnabile possesso, per renderli (incantevole participio futuro con valore finale) più nobili, non solo più stabili.

Istud, quod suspicis, quo te divitem ac potentem putas, quam diu possides, sub nomine sordido iacet: domus est, servus est, nummi sunt; cum donasti, beneficium est.
Ciò che ammiri, ciò per cui ti ritieni ricco e potente, per tutto il tempo che lo possiedi (qui i ggiovani avranno tradotto male il quam), si cela sotto un misero nome: è la casa, lo schiavo, le monete; una volta che l’hai donato, è una buona azione.

Niente di terribile, c’è stato di peggio.
 
20 giugno 2007
vita scolastica
un popolo di dantisti (o maturità 2007 - 2)
La questione è, teoricamente, semplice: nel lungo preambolo all’analisi del testo (qui Cheremone’s version) si afferma che ‘san Tommaso d’Aquino gli (a Dante) descrive in particolare le figure di san Francesco (...) e san Domenico’.

Era stato notato che in realtà Tommaso (che è un domenicano) parla solo di Francesco, mentre nel canto successivo sarà un francescano (Bonaventura) a parlare di Domenico – il ‘giochino’ è legato al fatto che i due narratori chiudono i rispettivi episodi parlando del decadimento e della crisi dei rispettivi ordini, mentre nel corpo centrale del loro discorso esaltano i fondatori delle altrui congregazioni, per far vedere come l’armonia regni sovrana nel Paradiso.

L’errore sembra esserci, perché Tommaso non 'descrive' la figura di Domenico ma solo quella di Francesco.

Al Ministero avrebbero potuto ammettere l’errore e far presente che, comunque, il brano proposto per l’analisi era su Francesco e non su Domenico e che l’analisi nel suo insieme non mirava a confrontare i due santi (in tal caso sarebbe stato ben più grave mettere in bocca a san Tommaso le due biografie) ma che solo nella terza e ultima parte (dove si ribadisce, ahimé, che ‘tutto l’episodio è affidato alle parole di san Tommaso’) si prospettava un eventuale confronto fra le due congregazioni, che comunque non era indispensabile per svolgere la traccia.

Dal Ministero però viene tirato in ballo
l’incipit del discorso di Tommaso il quale afferma (Paradiso XI 35-42) che la Provvidenzadue principi ordinò in suo favore / che quinci e quindi le (alla Chiesa) fosser per guida. / L’un (Francesco) fu tutto serafico in ardore; / l'altro (Domenico) per sapienza in terra fue / di cherubica luce uno splendore. / Dell’un (Francesco) dirò, però che d'amendue / si dice l’un pregiando, quale uom prende, / perch'ad un fine fuor l'opere sue (la ‘armonia’ cui facevo cenno prima); da qui si nota che Tommaso dice chiaramente di voler parlare solo di Francesco, per quanto, secondo il Ministero i due santi siano qui presentati con una ‘certa ampiezza’.

In chiusa di canto, Tommaso evoca san Domenico con queste parole ‘Pensa oramai qual fu colui che degno / collega fu a mantener la barca / di Pietro (nautica metafora per ‘Chiesa’) in alto mar per dritto segno; / e questo fu il nostro patrïarca’, per poi parlare della decadenza dei domenicani che si allontanano dal loro ‘ovile’.

Pur ammettendo che i riferimenti a Domenico da parte di Tommaso giustifichino il ‘descrive’ del testo (io avrei detto che Tommasodescrive’ la figura di san Francesco e più propriamente che ‘evoca’ o 'allude a' quella di san Domenico), non vedo come si possa ritenere corretto scrivere ‘il poeta ha messo questa ricostruzione in parallelo a quella dell’opera di san Domenico (...) e (...) tutto l’episodio è affidato alle parole di san Tommaso’, quando tutto l’episodio è affidato a due voci distinte (Tommaso e Bonaventura), per quanto ‘l’estrema a l’intima rispuose’ (Paradiso XII 21).

A questo punto, spero caldamente in un errore nella versione di latino di domani...

20 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 1
Siccome le cose si ripetono, anche quest’anno l’analisi del testo per l’Esame di Stato era dedicata a Dante (!) cosa che turberebbe i più, in quanto Dante sarebbe studiato ‘bene’ solo al classico. Io non posso che ricordare che teoricamente il testo da analizzare potrebbe anche essere le Pagine Gialle, e quindi non colgo il senso della ‘polemica’. Come tradizione (qui il 2005, qui il 2006), ecco il temino di Cheremone (qui le tracce):

Ai ggiovani venivano offerti dei versi (43-63 e 73-87) di Paradiso XI dove ‘nel cielo del Sole Dante incontra san Tommaso d’Aquino, che gli narra la vita di san Francesco e ne esalta l’opera’. Notiamo subito quattro cose: la traccia spiega già di che si tratta (secondo me le analisi del testo sono fattibili anche se uno non ha mai letto il testo in esame), al Ministero osano scrivere ‘san’ con la minuscola, cosa che turberà i pii, i vv. 64-72 sono omessi per timore che i ggiovani non sappiano chi sia l’‘Amiclate’ del v. 68 e al v. 44 si cita il ‘colle eletto dal divino Ubaldo’, perché la scuola è legata all’attualità più spicciola.

A fianco del testo vi sono, come consueto, delle note che spiegano ai ggiovani le parole difficili (‘però’ che in Dante è ‘per ciò’, tramite il latino per hoc o ‘la terra’ che vuol dire ‘il mondo’) e poi si chiede di dividere il testo in tre parti (difficile? non direi, visto che le tre parti vengono spiegate) e di farne la parafrasi.

In sede di analisi, il primo punto è inverosimile (Anche senza dare una precisa spiegazione della descrizione topografica dei versi 43-51, rileva nell’insieme e commenta, per il suo effetto di plasticità e di realismo paesaggistico, la frequenza dei nomi di luogo e dei termini geografici e climatici), mentre il secondo è tautologico (Per Perugia si nomina, al v. 47, la Porta Sole, così detta perché rivolta a Levante, da dove entrava in città sia il freddo (proveniente dalle vicine montagne nevose d’inverno), sia il caldo (al sorgere del sole). Il sole richiama il vero Oriente geografico (specificato mediante il nome del grande fiume indiano, il Gange) e diventa anche simbolo per indicare la figura del santo, che «nacque al mondo» proprio come un sole. Commenta questo passaggio da una scena di ambiente naturale all’immissione di elementi simbolici)

Come terzo punto si chiede di ‘intepretare letteralmente’ l’espressione ‘questa costa, là dov’ella frange / più sua rattezza’, che potrebbe anche essere difficile visto che la ‘costa’ non è quella del mare ma quella di un ‘alto monte’ che qui si fa meno ripida (‘frange / più sua rattezza’), come spiega un qualsiasi vocabolario di italiano.

Le cose si fanno più facili (se non idiote) al quarto punto, in cui si chiede ai giovani quale verbo e quale sostantivo sono richiamati dalla forma antica del nome di Assisi, ‘Ascesi’; oserei dire ‘ascendere’ e ‘ascesi’, se non
‘ascensore’.

Il quinto punto chiede di chiarire la terminologia usata da Dante nel descrivere il rapporto tra Francesco e la Povertà, tutto giocato sulla terminologia erotica e per finire si chiede di riflettere sui versi dedicati all’ardore e alla foga dei seguaci di Francesco.

Le cose si fanno difficili per la terza parte, in cui si chiede ai ggiovani di esprimere le loro considerazioni sull’importanza degli ordini religiosi, francescano e domenicano, nella storia della Chiesa e nella diffusione del messaggio evangelico nel mondo e qui temo che i più saranno precipitati nel panico, a meno che non abbiano studiato Matteo Ricci.

Fossi stato al ministero, avrei invece proposto la ripresa della dimensione francescana nei crepuscolari (se non ricordo male, c’è un Invito francescano di Fausto Maria Martini).

Per finire, dato che le cose sono sempre uguali a se stesse, a Repubblica.it rimettono la stessa foto dell’anno scorso:



PS
Parrà infine divertente ai più il fatto che nella traccia dell'analisi del testo ci sia un errore (e grave, pure)
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