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18 ottobre 2010
letteratura
food is the first thing, morals follow on

Ci sono autori latini (Catone, Seneca, Sallustio, Tacito, Cicerone... insomma, quasi tutti) che, per quanto trattino argomenti diversi, ad un certo punto buttano lì una frasetta che trasuda moralismo, spesso anche a sproposito, sempre impegnati nella laudatio temporis acti.

Uno infatti si chiede perché in un manualetto di agricoltura si finisca col parlare del fatto che le donne chiacchierano troppo, perché per spiegare che gli schiavi sono persone come noi si presenti con orrore l'omosessualità passiva, perché nel raccontare la congiura di Catilina si resti sconvolti nello scoprire che una complice della congiura stessa osasse ballare, perché nell'illustrare la reazione dei Germani all'adulterio si sottolinei che lì non servono leggi ad hoc, perché non ci si limiti a criticare la politica di Marco Antonio senza bisogno di presentarlo come una prostituta da commedia plautina etc.

Una buona risposta viene da un bel saggio, The politics of immorality in ancient Rome, di Catharine Edwards; dopo una robusta introduzione, si parla di adulterio, di mollitia, di attori e di teatro, di edifici e di arredamento d'interno (Seneca, scopro, odia le colonnine ornamentali e ne parla per ore, manco fosse il matricidio) e di piaceri in generale.

E da qui a Brecht il passo è breve.
21 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 3
Mentre tutti continuano a fare i dantisti (ora pare ci fosse anche un errore di toponomastica umbra, tipo), noi ci diamo alla versione di latino, Seneca, De beneficiis VI 3 1 sgg,

Egregie mihi videtur M. Antonius apud Rabirium poetam, cum fortunam suam transeuntem alio videat et sibi nihil relictum praeter ius mortis, id quoque, si cito occupaverit, exclamare: “Hoc habeo, quodcumque dedi”.
Nel poeta Rabirio (e chi è?) mi sembra (costruzione personale di videor!) che Marco Antonio ben esclami “Io ho quel che ho donato”, vedendo (cum e congiuntivo!) i suoi beni (fortunam!) passare ad altri e che nulla gli era rimasto se non la possibilità di togliersi la vita (ius mortis! attendiamoci ‘polemiche’ sul ‘caso Welby’), e che anche questa possibilità (gli sarebbe stato sottratta) se presto l’avesse colta.

O quantum habere potuit, si voluisset!
Quanto avrebbe potuto aveve, se avesse voluto!

Hae sunt divitiae certae in quacumque sortis humanae levitate uno loco permansurae; quae cum maiores fuerint, hoc minorem habebunt invidiam
Queste sono le (uniche) ricchezze sicure, capaci di rimanere al loro posto in qualunque mutamento della vicenda umana; queste, quanto saranno divenute maggiori, tanto susciteranno meno odio (invidiam).

Quid tamquam tuo parcis? procurator es.
Di cosa sei parco come se fosse tuo? Sei un (semplie) amministratore (di ciò che erroneamente ritieni ‘tuo’, la cosa si fa filosofica)
 
Omnia ista, quae vos tumidos et supra humana elatos oblivisci cogunt vestrae fragilitatis, quae ferreis claustris custoditis armati, quae ex alieno sanguine rapta vestro defenditis, propter quae classes cruentaturas maria deducitis, propter quae quassatis urbes ignari, quantum telorum in aversos fortuna conparet, propter quae ruptis totiens adfinitatis, amicitiae, conlegii foederibus inter contendentes duos terrarum orbis elisus est, non sunt vestra; in depositi causa sunt iam iamque ad alium dominum spectantia; aut hostis illa aut  hostilis animi successor invadet.
Tutte queste cose che vi costringono, superbi e tracotanti (supra humana elatos), a scordarvi della vostra debolezza (genitivo retto da un verbo di memoria!), che custodite armati con catene di ferro, che difendete col vostro sangue dopo averle sottratte (rapta) con spargimento di sangue altrui, per le quali varate flotte destinate ad insanguinare i mari, per le quali sconvolgete le città, incuranti di quante frecce (interrogativa indiretta!) la sorte muova contro coloro che le voltano le spalle (aversos; un po’ tosto), per le quali, infranti tante volte i patti di parentela, di amicizia, di alleanza politica, tra due contendenti (Antonio e Ottaviano?) il mondo intero (terrarum orbis) fu schiacciato, tutte queste cose (Seneca ci mette un po’ per arrivare al punto) non sono vostre; vi sono date in prestito (in depositi causa), destinate presto (iam iamque) ad un altro padrone; le prenderà un nemico (hostis) o uno che subentrerà (successor) con animo da nemico.

Quaeris, quomodo illa tua facias? dona dando.
Chiedi in che modo potresti renderle davvero tue? Con il darle (gerundio!) in dono.

Consule igitur rebus tuis et certam tibi earum atque inexpugnabilem possessionem para honestiores illas, non solum tutiores facturus.
Provvedi (consule è verbo!) dunque ai tuoi beni e assicuratene un sicuro ed inespugnabile possesso, per renderli (incantevole participio futuro con valore finale) più nobili, non solo più stabili.

Istud, quod suspicis, quo te divitem ac potentem putas, quam diu possides, sub nomine sordido iacet: domus est, servus est, nummi sunt; cum donasti, beneficium est.
Ciò che ammiri, ciò per cui ti ritieni ricco e potente, per tutto il tempo che lo possiedi (qui i ggiovani avranno tradotto male il quam), si cela sotto un misero nome: è la casa, lo schiavo, le monete; una volta che l’hai donato, è una buona azione.

Niente di terribile, c’è stato di peggio.
 
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