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3 ottobre 2010
letteratura
teodicee
Ormai consacrato agli studi senecani (l'altro giorno i fanciulli del III sono rimasti perplessi quando ho sottolineato che Seneca usa l'avverbio immo 42 volte), ho letto un libricino breve ma denso, L'avvocato di dio, uscito a suo tempo a commento dell'edizione del De providentia curata da Alfonso Traina. In esso discutono di teo-dicea (cioà della "giustizia di Dio": se Dio è buono, perché esiste il Male?) il filosofo Massimo Cacciari, i filologi Luciano Canfora e Ivano Dionigi e  il cristianista Paolo Serra Zanetti, nonché lo stesso Traina. A un certo punto, si cita una delle pagine più forti de La notte di Elie Wiesel, che merita sempre:

"Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le SS intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.


Le SS sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva.


Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.


- Viva la libertà! - gridarono i due adulti.


Il piccolo, lui, taceva.


- Dov'è il Buon Dio? Dov'e? - domandò qualcuno dietro di me.


A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.


Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.


Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.


- Copritevi!


Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...


Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.


Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov'è dunque Dio?


E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca..."

(il testo sta qui)

18 giugno 2010
cinema
la vita umana è effimera come la rugiada del mattino

Lo scorso anno scolastico, mentre in II liceo facevo l'orazione Sui misteri di Andocide (se ne parlava qui) mi capitò fra le mani un libretto di Luciano Canfora, La lista di Andocide che tentava l'impossibile compito di scoprire la verità sulla faccenda della mutilazione delle Erme, operazione impossibile perché ognuno ha la sua versione dei fatti e la verità, come noto, non esiste.

Lo stesso Canfora richiamava (e il libretto lo comprendeva) un famoso racconto di Ryunosuke Akutagawa, Nel bosco, da cui Akira Kurosawa ha tratto un film fondamentale, come Rashomon, recentemente restaurato e rimasterizzato. Il film (e il racconto, solo fino a un certo punto fedelmente traslato) racconta, con la solennità di una tragedia greca, le diverse storie che ruotano intorno ad una piccola storia ignobile, lo stupro di una donna e la morte del di lei marito. E, come in Pirandello, è un gioco di specchi che riflettono se stessi.

Nel dvd, inoltre, ci sono due brevi 'lezioni' di due docenti universitari (di semiotica e – non pensavo esistesse – storia del cinema giapponese) che aiutano la contestualizzazione e l'analisi del film che, va detto, non è Transformers.

17 dicembre 2008
vita scolastica
antistasi


In II liceo stiamo traducendo un'orazione di Andocide, Sui misteri. E' uno dei testi chiavi di uno scandalo che, nel 415 aC, scoppiò ad Atene, in piena guerra del Peloponneso, alla vigilia della partenza delle navi per una poi disastrosa spedizione in Sicilia, che avrebbe per sempre fiaccato la potenza ateniese.

Come noto, dei ggiovani mutilarono nottetempo le statue di Ermes che si trovavano ai lati delle strade di Atene e l'atto vandalico non fu letto come una 'ragazzata' ma come parte di una strategia della tensione per favorire un coup oligarchico, che avrebbe coinvolto anche Alcibiade, da poco nominato capo della spedizione militare.

Fatto sta che la città si risvegliò nel panico più assoluto (disperati proclami di innocenza, torture di liberi cittadini, defezioni improvvise di consiglieri, arresti sommari e quant'altro).

Come riferisce Andocide (pure lui uno degli accusati), un tale Dioclide raccontò che, la notte prima della mutilazione delle Erme, aveva visto circa 300 individui scendere dall'Acropoli, radunarsi in gruppetti vicino al teatro di Dioniso e confabulare misteriosamente.

Al mattino, resosi conto di quanto accaduto, denunciò una quartantina di questi 300 (quelli che diceva di aver riconosciuto al chiar di luna – peccato che fosse una notte di novilunio, pare – e infatti Dioclide fu condannato a morte, 'per falsa testimonianza', diremmo noi) che effettivamente vennero arrestati (per capire un po' meglio come andarono le cose, c'è un librettino di Canfora, molto ben fatto).

Questo solo per dire che ci sono posti, come l'Acropoli di Atene, in cui si fa la storia.
15 giugno 2008
letteratura
copisti e filologi
Ogni tanto Luciano Canfora (un po’ come Gianni Vattimo) parla a sproposito, e non capisco bene perché la ‘polemica’ sul papiro di Artemidoro debba occupare le pagine culturali del Corriere un giorno sì e uno no, ma, quando fa divulgazione, resta imbattibile (da ricordare il suo Tucidide e il suo Augusto).

Filologia e libertà è una lucida disanima dei documenti ecclesiastici (dal Concilio di Trento a Paolo VI) sulla legittimità della critica testuale sulle Sacre Scritture, documenti poi riportati in appendice (da segnalare il violentissimo attacco di Pio X ai poveri modernisti).

Detto così pare palloso, ma è un libretto importante.


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