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30 aprile 2011
letteratura
25 lettori

Ogni santo anno mi riprometto di arrivare a fare bene il "romanzo greco" (che adoro) e ogni santo anno mi ritrovo con poco tempo e ne parlo al massimo una mezz'oretta. Per consolarmi delle mie incapacità programmatorie (e del troppo tempo dedicato, chessò, a Callimaco), ho letto il non facilissimo Foucault's virginity di Simon Goldhill, che, muovendo alcune critiche al filosofo francese (sacrilegio!), parla del tema della verginità nel buon Longo Sofista, del confronto tra l'amore per i fanciulli e quello per le donne in Achille Tazio e dell'esaltazione del matrimonio eterosessuale nell'Amatorius di Plutarco, nonché di un sacco di altre cose che conoscevo poco (come gli Amori pseudo-lucianei). Il libro trasuda dottrina, non è proprio una lettura semplice ma merita attenzione. Lo farei leggere a Giovanardi, comunque.
1 gennaio 2011
letteratura
corpi del reato

Power and eroticism in imperial Rome di Caroline Vout è un libro un po' strano. Se non ho capito male, si propone di studiare i complessi rapporti tra il Potere della Roma imperiale e la vita sessuale degli imperatori, laddove questa si fa 'deviante' (perché omosessuale o extra-matrimoniale) e laddove il 'corpo' degli amati assume un ruolo importante.

Per far questo, si parla dell'Antinoo amato da Adriano (la parte più consistente del testo, con particolare attenzione alle sculture che lo rappresentano e che lo rendono il terzo personaggio antico più conservato nel marmo, con un centinaio di sculture di più o meno certa attribuzione), dei due eunuchi amati da Nerone (Sporo) e Domiziano (Earino - storia che ignoravo del tutto, e che è ben presentata da alcuni testi di Marziale, che si rivela ricchissimo di spunti, come sempre) e di Pantea, l'affascinante amante di Lucio Vero (di cui parla Luciano in due operette minori - parecchio minori, cosa che rende il capitolo un po' oscuro).

La cosa più intrigante resta non tanto il riferimento finale a Carlo e Camilla (!), quanto la scoperta che nel neopaganesimocontemporaneo esiste un culto dedicato ad Antinoo, inteso come, er, il "dio gay", il cui "tempio" non poteva che stare ad Hollywood...
9 ottobre 2010
letteratura
l'ombra dell'asino

Ai tempi della Margherita (!), mi ricordo che qualcuno mi aveva detto che Gerardo Bianco era in realtà un filologo prima ed un politico dopo. Pare che, da filologo, la cosa più significativa che avesse fatto fosse questo La fonte greca delle Metamorfosi di Apuleio, un lavoro del 1971 (!) in cui si mette a confronto il romanzo latino con l'Asino pseudolucianeo, cercando di dimostrare l'anteriorità di questo nonché il fatto che sarebbe la fonte anche delle non pervenuteci Metamorfosi di Lucio di Patre, malgrado questo non sia proprio molto confermato da due incerti passi di Fozio. Appassionante? ANCHE NO, direi.

Non è che l'autore non ci provi, ma il testo risulta piuttosto ripetitivo, gli argomenti non sono così stringenti o forse va letto solo da chi sa perfettamente a memoria sia lo Pseudo-Luciano sia Apuleio...
19 giugno 2008
vita scolastica
maturità 2008 - 2 (storiografia for dummies CON UN ERRORE NEL TESTO!)
Stamane i ggiovani si sono trovati di fronte una pagina di Luciano (tratta dal Come si deve scrivere la storia) non particolarmente difficile (un libro di versioni, Triakonta, le attribuisce due ‘pallini’ su tre) ed anche abbastanza nota (ci sono discrete possibilità che molti l’abbiano tradotta nel corso del triennio). Ecco qua traduzione/commento cheremoneo:

La prima frase non ha verbo (frase nominale! frase nominale!) ma basta sottintendere un verbo essere ed ecco fatto: così dunque per me (sia) lo storico.

C’è poi un agile periodo che si snoda per tipo otto (!) righe, tutto retto da un imperativo iniziale, (a cui nel testo ministeriale mancava un accento - nota per secchioni) per cui viene fuori l’elenco delle caratteristiche del bravo storico: Sia impavido, imparziale, libero, amico della libertà di parola e della verità, capace di chiamare – come dice il comico – i fichi ‘fichi’ e la barca ‘barca’ (ok, non ha molto senso, ma è tipo l’italiano ‘dire pane al pane e vino al vino’ e comunque il vocabolario rende l’espressione come ‘chiamare le cose col proprio nome’), di ragionare senza odio né parzialità (pare Tacito, sine ira et studio) e senza risparmiarsi né per commiserazione né per vergogna né per imbarazzo, (sia) un equo giudice, benevolo nei confronti di tutti ma non fino al punto di attribuire qualcosa di più del necessario ad una delle parti, (sia) ospite nei libri ed apolide, autonomo, senza sovrano, non uno che calcola cosa sembri opportuno a questo (E QUI AL MINISTERO SI SONO DIMENTICATI UN PAIO DI PAROLE: Luciano scrive infatti ‘cosa sembri opportuno a questo E A QUELLO’) ma che dice cosa realmente è accaduto.

Nella seconda parte, Luciano fa esempi: Dunque Tucidide ha molto bene stabilito le leggi (della storiografia) ed ha ben distinto la buona e cattiva storiografia, notando che molto Erodoto ha concesso al meraviglioso (io tradurrei così, ma temo voglia dire solo che 'Erodoto è stato ammirato molto'), al punto che i suoi libri sono stati chiamati ‘Muse’ (qui il ggiovane dovrebbe ricordare che le Storie di Erodoto sono state divise dagli Alessandrini in 9 libri, chiamati ognuno col nome di una Musa, a partire da Clio, musa della storia).

Che Erodoto non piacesse al buon Luciano lo si deduce dal penultimo periodo: Dice infatti (il soggetto sottinteso è, ahimé, Tucidide e non Erodoto) di scrivere ‘un acquisto per l’eternità’ (è la definizione che Tucidide dà della sua opera nel proemio delle Storie) più che una declamazione per il presente, e dice di non accogliere favolette ma di lasciare la verità delle cose accadute ai posteri.

Nell’ultimo periodo, continua l’elogio di Tucidide e si illustra la classica idea dell’historia magistra vitae: Ed aggiunge l’utile e ciò che uno, ben ragionando, considererebbe il fine della storia, in modo che, se per caso di nuovo capitassero cose simili, potrebbero (uso un po’ dotto del verbo ‘echo’) – dice - , guardando alle cose scritte precedentemente, sfruttare bene quelle presenti (letteralmente ‘quelle fra i piedi’, ma l’espressione è comune in greco – sta, ad esempio, nelle Troiane di Euripide).
 
Il che risolve la minipolemica sul testo.
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