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19 aprile 2011
letteratura
our frank

"Sarà la storia a giudicarmi" è spesso una frase fatta, buona a giustificare le peggiori nefandezze; qualche volta, però, potrebbe essere vera e sincera.

Decision points (se ne parlava qua, al momento della sua uscita) è, più che l'autobiografia di George W. Bush, la sua riflessione sui momenti più importanti dei suoi due mandati. Scritta facile facile (non si smentisce mai ;-)!), passa in rassegna, con candore, gli avvenimenti del decennio trascorso, col meritato compiacimento per i risultati raggiunti (e sarebbe il caso di riconoscergli i dovuti meriti nella lotta all'AIDS ed alla malaria in Africa, no?), anche su temi discussi (la questione dei finanziamenti statali alla ricerca sulle cellule staminali embrionali). In alcuni casi ammette serenamente gli errori (Kathrina), in altri resta convinto di quanto deciso (l'Iraq), e forse su questo sarà davvero la storia a giudicarlo.
22 novembre 2010
letteratura
sick to death of labour

Il tempo di cui parlava Morrissey in Irish blood english heart sembra essere (almeno parzialmente, visto che lui ce l'aveva anche coi "tories") arrivato, visto che il decennio laburista è catastroficamente finito nella coalizione tra conservatori e liberaldemocratici di Cameron & co.

E' quindi con una certa curiosità che uno affronta il tomo autobiografico di Tony Blair, A journey; l'ho iniziato il 1° settembre ma l'ho finito solo oggi, perché Blair saprà anche fare un sacco di cose, ma come scrittore è mortalmente noioso.

Il libro tende ad essere autocelebrativo come manco io nei momenti peggiori, è tutto un trionfo di George di qua George di là (Bush, eh), dedica solo un paio di capoversi a Silvio (per ringraziarlo dell'appoggio italiano alle Olimpiadi londinesi del 2012, un po' poco per una "politica estera"),  a tratti è profondamente intimista, talora un po' inquietante ("il bagno è una stanza importante e non potrei vivere in una cultura che non lo rispetti"), ed è tutto dominato da un antagonista che è quasi una nemesis, Gordon Brown.

Le pagine sulla guerra in Iraq sono, va detto, intellettualmente oneste, ma la scena che in assoluto ho preferito è quella in cui Bush scopre che ad un certo punto il Belgio ha avuto la presidenza dell'Unione Europea: "Il Belgio? Vi fate comandare dal Belgio???".
20 dicembre 2008
blur vs cheremone
E' abbastanza recente la notizia che i Blur si sono rimessi insieme e che a luglio terranno un paio di concerti ad Hyde Park. Visto che i Blur (1991-2003) sono stati la colonna sonora della mia vita, ecco, in ordine cronologico, 12 momenti fondamentali:

UNO: E' l'estate del 1991, sono in Inghilterra per la seconda volta. E' l'anno in cui non mi limito a Londra ma mi spingo fino alla Scozia. I Blur pubblicano il loro primo album (comprato non ricordo dove, credo a Bath), quello che contiene There's no other way. Sono i tempi di Madchester, e i Blur sono uno dei gruppi più promettenti della risposta della capitale ai venti acidi del nord (sì, l'espressione 'venti acidi' è fastidiosa):

DUE: E' il 1993, i Blur pubblicano il loro secondo album, Modern life is rubbish (che compro da Messaggerie Musicali, a via del Corso). Io sono all'università, e una canzone come For tomorrow dice tutto quello che c'è da dire:

TRE: Il loro terzo album (Parklife) esce nel 1994. Per me è un anno un po' confuso. Mi ricordo però la successione dei singoli: Girls & boys (con annesso remix dei Pet Shop Boys – inoltre io sto studiando tedesco, quindi mi compiaccio quando capisco 'du bist sehr schon') e la loro esibizione a Un disco per l'estate, To the end (capolavoro assoluto – singolo comprato da Disfunzioni musicali), Parklife (la canzone ufficiale del 'britpop') e la meravigliosa End of a century:

QUATTRO: Concerto dei Blur al Palladium! Estasi! Estasi!

CINQUE: Estate del 1995; sono di nuovo a Londra, quando Blur e Oasis si sfidano, pubblicando un singolo lo stesso giorno. Gli Oasis scelgono Roll with it (il loro brano più debole fino a quel momento), i Blur Country house (allora salutata come eponimo dello zeitgeist, ora un po' pacchiana) ed entrano al #1 della classifica inglese:

SEI: L'album è The great escape. Dentro c'è The universal, che è così bella che fa piangere (e il video omaggia Arancia meccanica):

SETTE: I Blur fanno un concerto in Italia, solo che è a Firenze. Trascino un amico fin lì. Ri-estasi! Ri-estasi!

OTTO: E' il 1997, tempo di dottorati in giro per l'Italia. Compro il loro quinto album (l'eponimo Blur) a Torino, mi pare. Dentro c'è Song 2:

NOVE: Primavera del 1999; compro Tender (ricordo chiaramente di averla ascoltata la prima volta mentre aspettavo m. sotto l'università, ai tempi del lettore cd portatile); l'album si chiama 13 e contiene No distance left to run, che dice un po' tutto sulla mia vita a quel punto; per me è l'estate di Sarajevo e New York:

DIECI: Esce Best of Blur, che compro via internet su Zivago (loro si sbagliano, e non mi mandano l'edizione su due cd ma quella singola, che viene regalata a dimanche, che adora Music is my radar).

UNDICI: Le cose cambiano per tutti; Graham Coxon esce dai Blur, io comincio a lavorare in Svizzera e loro fanno lo strano Think Thank, il cui primo singolo si chiama Out of time. Inizia la guerra in Iraq:

DODICI: Nel frattempo, Damon Albarn ha fatto due dischi coi Gorillaz, io sono andato in Mali e poi c'è andato anche lui, a farci un disco splendido. Poi ha fatto un'opera lirica, in cinese. E' il 2008, Graham e Damon hanno fatto pace. C'è ancora la guerra in Iraq.
14 dicembre 2008
musica
the night sky


Nell'autunno del 2007 alla Brixton Academy di Londra i Keane curarono un concerto per raccogliere fondi a favore dei progetti in Iraq di War Child. Il dvd, sempre a favore di War Child, ospita quindi esibizione di gente poco nota (ma meritevole di attenzione, come Teddy Thompson e Findlay Brown), a fianco di Lily Allen (che canta un incantevole versione di Everybody's changing), degli stessi Keane e dei Pet Shop Boys (con una versione di Integral che paiono Marilyn Manson). Interessante, e non solo per la buona causa.
11 ottobre 2008
letteratura
other things to do, you know


The war within è il quarto libro che Bob Woodward dedica alla presidenza Bush (qui il primo, qui il secondo e qui il terzo). E' sempre una lettura interessante (con annesse polemiche), stavolta un po' noiosa, perché, tragicamente, la guerra in Iraq e in Afghanistan (il filo conduttore dei quattro resoconti) sembra ripetersi ogni giorno uguale a se stessa, malgrado il cosiddetto 'surge', di cui qui si spiegano genesi e sviluppo. E' infine inquietante che l'unica figura remotamente umana, Colin Powell, esca di scena dopo poche pagine.

Un libro disarmante.
29 agosto 2007
letteratura
angolo giro


Pare che il successo di Anderson Cooper della CNN sia dovuto, più che alle sue ‘abilità giornalistiche’ (contano il 2%), ai suoi occhi azzurri (7%) e alle sue origini familiari (è il figlio di Gloria Vanderbilt).



Stranamente, nell’agile Dispatches from the edge tende a parlare più della sua professione giornalistica (ricordi dei viaggi in Bosnia, Somalia, Niger, Rwanda, Iraq, Sri Lanka, New Orleans e simili orrori) e della sua storia familiare (toccante la parte dedicata al suicidio del fratello maggiore) che degli occhi azzurri.

Ben scritto. Sarà poi che sono preda di facili entusiasmi, ma a me AC pare un giornalista migliore di BV...
14 settembre 2005
musica
bronenosec potemkin

La rivoluzione russa del 1905 si risolse in un bagno di sangue, nella creazione di un paio di dume (una 'duma', due 'dume'?) pseudodemocratiche, per finire poi in un irrigidimento autoritaristico che portò alla più celebre rivoluzione d'ottobre (o novembre? stupido calendario giuliano... ).


Unica cosa utile fatta da questa rivoluzione fallita è stato aver ispirato Sergej Ejzenstejn a girare, tipo nel 1926, La Corazzata Potemkin, pellicola nota, o tempora! o mores!, per la parodia che ne viene fatta in qualche film di Fantozzi (dove, tra l'altro, si dice che il film dura ore, mentre dura tipo 70 minuti). 


E' la storia dell'equipaggio della nave che si ammutina, ottiene l'appoggio della cittadinanza di Odessa (poi massacrata dai cosacchi, sulla celebre scalinata) e pure le simpatie della flotta czarista che non gli spara addosso.


Quello di Ejzenstejn è un puro film di propaganda (il capo dei rivoltosi ha graziosi baffetti alla Stalin, il cattivissimo prete ortodosso sembra Rasputin) ma è, comunque, un capolavoro, per il quale lo stesso regista aveva auspicato che ogni decennio venisse incisa una nuova colonna sonora.


L'ossessione sovietica dei Pet Shop Boys (nel 1990 avevano inciso My October Symphony - su un musicista perplesso dalla piega degli eventi successivi alla caduta del muro di Berlino - e quest'anno hanno partecipato al patetico Live8 solo perché li hanno fatti suonare nella Piazza Rossa) li ha portati a incidere la loro colonna sonora al film (che ha debuttato l'anno scorso a Trafalgar Square - e per le stupide convocazioni io non ci sono potuto andare), che ora è stata pubblicata dalla EMI Classic (sciccheria! Il libretto del cd è in inglese, tedesco, francese e russo!).


Ragioni di copyright hanno impedito che il cd fosse allegato a un dvd del film, per cui sono stato costretto a un complesso esercizio di coordinazione tra lettore cd e dvd del film, dato che i due erano assai poco in sincronia (il dvd che ho dura di più del disco, per colpa delle schermate didascaliche - il film è muto - in russo, con commenti di Lenin, tipo), ma l'esperienza è stata mesmeretica (?), soprattutto quando i marinai si ribellano con la musica di Nyet (techno, mooolto techno), quando la cittadinanza si unisce a loro (No time for tears, forse la miglior cosa mai fatta dai PSB, che a un  certo punto sta lì lì per diventare Go west) e nella famosa scena della scalinata di Odessa - la canzone, After all, si chiede un come mai siamo finiti in guerra? che sarà risuonato familiare alla statua dell'ammiraglio Nelson, visto che la piazza aveva ospitato le manifestazioni contro la guerra in Iraq


Già, come mai?

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