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23 giugno 2010
vita scolastica
siamo tutti italianisti

Io avevo il secondo turno di assistenza, quindi sono arrivato a scuola verso le 11:15 e ho poi passato la maggior parte del tempo a capire come funziona l'utilissimo software del ministero per la verbalizzazione degli esami (si chiama, non so perché, 'conchiglia'), per cui stamattina non ho potuto guardare con moltissima attenzione le tracce dello scritto d'Italiano. Ma ora si rimedia (le tracce stanno qua – dove si scopre con sorpresa che 'lingua ladina' e 'lingua tedesca' hanno la stessa prova, in tedesco):

L'analisi del testo proponeva un Primo Levi 'minore', impegnato in una riflessione sul senso della lettura; il brano è bellino, ma temo che i ggiovani non abbiano necessariamente colto il riferimento a Borges (“non nel senso borgesiano di autoantologia”) e alla Bibbia (si cita Deuteronomio 6 7: “stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi”, con conseguente analogia tra lettura e Torah); la domanda di approfondimento (“Proponi una tua interpretazione complessiva del brano e approfondiscila con opportuni collegamenti al libro da cui il brano è tratto o ad altri testi di Primo Levi. In alternativa, prendendo spunto dal testo proposto, proponi una tua «antologia personale» indicando le letture fatte che consideri fondamentali per la tua formazione”) era a rischio, perché di Primo Levi solitamente si conosce solo Se questo è un uomo, che poco si presta all'argomento 'lettura' – a meno che lo studente non abbia davvero letto tutto il libro e ricordi la magistrale pagina in cui Levi cerca di ricostruire a memoria il canto XXVI dell'Inferno di Dante (“fatti non foste per viver come bruti / ma per seguire virtute e canoscenza”, frasi che in un lager risultavano davvero aliene) – per evitare forzati e sgradevoli collegamenti, i più avranno optato sull'intrigante idea di una “antologia personale” - io avrei messo Il giovane Holden di Salinger e American psycho di Bret Easton Ellis e sarei stato verosimilmente bocciato.

Il primo saggio breve aveva come tema “Piacere e piaceri”, non mi è parso molto stimolante ma si reggeva in piedi – un po' scandalosa l'assenza di Epicuro dal dossier. Grazie a dio, c'era Leopardi.

Il secondo saggio breve, “La ricerca della felicità” era bellissimo, ma prevedo catastrofi: l'ambito del saggio era sotto la voce “socio-economico” e, come faceva intendere il riferimento alla Costituzione italiana e l'articolo de La stampa, il tema doveva essere impostato sui meccanismi economici dietro il concetto di felicità e sul legame tra benessere economico, libertà sociale e felicità – secondo me, i ggiovani non se ne saranno accorti, ma forse neanche le commissioni...

Il terzo saggio breve è invece quello che ho trovato assolutamente più discutibile, nella scelta, nella contestualizzazione e nell'impostazione; il titolo era un pretenzioso “Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica”, seguito da un giornalistico “parlano i leader” che si poteva anche evitare. Quattro i testi proposti: discorsi di Mussolini, Togliatti, Moro e un passo della Centesimus annus di Giovanni Paolo II (testi compresi tra il 1925 ed il 1991, un po' poco per il ruolo dei giovani nella Storia). La scelta di un discorso di Mussolini, presentato come leader alla pari di due padri costituenti come Moro e Togliatti potrebbe anche sembrare offensiva, se poi a questo si aggiunge la totale de-contestualizzazione del discorso stesso, le cose si fanno gravi, se non scorrette. Il testo mussoliniano recita: «Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (Vivissimi e reiterati applausi — Molte voci: Tutti con voi! Tutti con voi!) Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda; se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (Applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (Vivissimi e prolungati applausi — Molte voci: Tutti con voi!)». Quello che mi ha turbato in modo particolare è il 'tutto quanto è avvenuto' di cui Mussolini si definisce, orgogliosamente, responsabile politicamente. Il discorso è del 3 gennaio 1925 (e questo è precisato agli studenti), il 'tutto quanto è accaduto' è, cosa che gli studenti potrebbero sapere di loro ma che non viene specificato, è l'omicidio di Giacomo Matteotti, cioè il preciso momento storico in cui il Fascismo passa da “passione superba della migliore gioventù italiana” (e molto è stato scritto sul sostanziale tradimento del giovanilismo fascista da parte del fascismo fattosi sistema) a Dittatura. Su come poi questo c'entri con i giovani e la politica, non saprei. Oltre a questo, una sorta di catechismo comunista di Togliatti che fa quasi tenerezza per la sua ingenuità, un discorso di Moro non sempre chiarissimo ma bellino e il testo di GP2, tratto da un'enciclica che nulla c'entra coi giovani (la Centesimus annus è un discorso di dottrina sociale, scritto in ricordo della Rerum novarum di Leone XIII, il testo in cui la Chiesa condannava tanto il liberismo sfrenato quanto il comunismo materialista). Se si voleva dimostrare che gli Italiani sono catto-fascio-comunisti e votano la DC, la scelta è stata azzeccata. Qualunque altra cosa si volesse dimostrare, no.

Mi sono sfogato sul terzo saggio breve, ma il quarto merita il suo spazio, e che passerà alla storia come 'il tema sugli UFO'. Mi limito a dire, oltre che Star Trek si scrive come l'ho scritto io, che un'affermazione come “logica e metodo scientifico non sembrano efficaci nello studio degli UFO per i quali qualsiasi spiegazione è insoddisfacente e/o troppo azzardata” butta nel cesso quattro secoli di pensiero razionale e mi fa, letteralmente, paura. Rimando a una persona ragionevole, che tra l'altro ha notato pure lui la svista ortografica.

Il tema storico era decisamente bello, ma impossibile (dubito che uno studente arrivi a studiare il Trattato di Osimo del 1975) ed eccessivamente specialistico. Pare infatti che sia stato scelto da qualcosa come lo 0,6% degli studenti. Peccato, perché meritava.

Il tema di ordine generale muoveva da una superflua citazione aristotelica (tra l'altro non è chiaro da dove derivasse, ed il collegamento esplicito tra musica e catarsi non mi pare mai così esplicito nei testi, ma potrei sbagliare) per chiedere agli studenti di riflettere su “funzioni, scopi e usi della musica nella società contemporanea”, anche con “personali esperienze di pratica e/o di ascolto musicale”. Tema alla portata di tutti, ad enorme rischio di banalità ma forse anche capace di offrire qualcosa di valido.

Ora greco...

1 gennaio 2010
letteratura
la cattedra è mia e la gestico io


Se il lavoro di Privitera si caratterizzava per chiarezza e limpidezza, nel caso di Nel laboratorio di Omero di Vincenzo Di Benedetto le cose non stanno proprio così (e non solo perché a un certo punto usa espressione come “dimodocché”, giuro).

Lo scopo del saggio, dottissimo e di non facilissima lettura, è quello di confutare la teoria oralistica sui poemi omerici (e di criticare un paio di sue nemesis personali, Bruno Gentili e Luigi Enrico Rossiadoro le dispute accademiche), quella che, a partire da Milman Parry, ritiene i poemi omerici (sto semplificando, eh) composti oralmente, tramite il ricorso alla 'formule', i mattoncini con cui l'aedo costruiva la sua poesia; per Di Benedetto, l'Iliade è composta tramite il ricorso alla scrittura (e quindi è un testo 'modernissimo', databile all'VIII secolo aC e non al 'medioevo ellenico'); per dimostrarlo, ritrova nell'Iliade una miriade di richiami intertestuali che dimostrerebbero un'architettura tale da presupporre la scrittura, in maniera analoga a quanto accadeva per un Dante o un Ariosto, e, addirittura, un singolo autore.

A tratti è convincente, in altri punti meno e soprattutto sembra non voler aiutare il lettore, è come se i singoli capitoletti fossero appunti di una lezione, e non è facile cogliere la visione d'insieme, persi nelle minutiae. Trascura poi uno dei miei cavalli di battaglia, gli Inni omerici, il cui studio (a partire da Wolf arrivando a Cassola) ha molto da dire sulla questione dell'oralità.

Tosto, comunque.

25 giugno 2009
vita scolastica
maturità 2009 - 1
Non è che le tracce dell'Esame di Stato di quest'anno siano particolarmente intriganti, anche se va detto che, per una volta, al Ministero non hanno combinato pasticci (memorabile la confusione sessuale sulla poesia di Montale dell'anno scorso).

La prima traccia proponeva l'analisi del testo della 'prefazione' de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, una paginetta di 13 righe di cui si chiedeva il riassunto in 10 righe (!), per poi proseguire con insulse domande cui uno studente di prima media avrebbe potuto rispondere (altro qui). Un compito un po' imbarazzante.

Dalla prima proposta di saggio breve/articolo di giornale vengo a scoprire che il 2009 è 'l'anno europeo della creatività e dell'innovazione' (eh?), mentre la seconda traccia è la solista fuffa su internet, un po' meglio impostata del solito.

Arrivati alla terza tracccia ci si chiede quale banalità manchi all'appello (L'amicizia? La si può far rientrare nell'ambito dei social newtork di cui sopra. La pace e la libertà? Vedi oltre): l'Ammore, con la maiuscola. Ed ecco una traccia aperta da Bevilaqua, con un Dante e un Catullo che fanno tanto Bacio Perugina, un Leopardi 'minore', un Cardarelli (!) e un sempre incisivo Gozzano, più tre opere d'arte che tanto nelle fotocopie si vedono male.

Devo invece ammettere che la quarta traccia ('Origini e sviluppo della cultura giovanile') era solo apparentemente ggiovanilistica (una foto dei Nirvana! Un rave party! Facebook!), visto che partiva un testo fondamentale di Hobsbawm e si muoveva su coordinate intriganti. Dato che è un tema che ho studiato qualche anno fa, avrei fatto questo.

Un po' impegnativo il tema storico, mentre quello di carattere generale era, appunto, di carattere generale.

Domani, latino!

15 settembre 2007
vita scolastica
lotta di classe, tipo


In questo post si ricordavano le tre conditiones sine quibus non la scuola potesse funzionare: i ggiovani (ci sono sempre - e troppi per classe), i docenti (ora ho una supplenza breve fino alla ‘emanazione’ del calendario delle convocazioni) e gli ‘edifici scolastici’.

Giova ricordare questo ultimo punto, viste le res actae.

Stamattina mi sono avviato di buon’ora verso la mia nuova scuola, o, meglio, la sua succursale, che in realtà consiste in una palazzina presso un istituto professionale.

Pare dunque che la Provincia abbia assegnato aule al classico sottraendole al professionale, motivo per il quale i ggiovani professionisti (sobillati dal preside?) hanno fatto un PICCHETTO davanti al classico non facendo entrare gli studenti (io ero già in sala professori) (sì, è una cosa degli anni ‘70).

Fosse stato per me, avrei srotolato gli idranti, mentre pare ci sia limitati a chiamare la presidenza della centrale.

Ho sperato poi in uno scontro di piazza quando sono arrivati un carabiniere e due poliziotti, ma poi la cosa è finita dopo soli 40 minuti di lezione saltata.

Un mio collega di filosofia era inoltre riuscito a recuperare la sua classe e a fare lezione in cortile mentre io, non avendo mai visto prima la mia classe e non essendo quindi in grado di recuperarla, sono rimasto a fumare sul terrazzino, a pensare che una volta l’avanguardia della rivoluzione erano i licei, non i professionali.

Poi ho conosciuto una delle mie tre classi, e gli ho letto Cacciari (‘Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola invettiva dantesca, un verso della Ginestra, saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui – ma passivamente obbedire, mai’).

Niente male, come primo giorno.
2 luglio 2007
vita scolastica
ho visto cose che voi umani... - 6
Sono talmente vecchio che  ai miei tempi l’esame non aveva la terza prova e non si portavano tutte le materie all’orale (teoricamente, una scelta dal candidato e una dalla commissione, de facto entrambe scelte dal candidato – io fui ben lieto di portare italiano e latino).

Dello scritto di italiano ricordo di aver fatto la traccia di indirizzo (pure il tema era diverso, c’era una traccia di letteratura, una di storia, una generale e una di indirizzo, senza ‘saggi brevi’ e modernità simili) sulla tragedia greca – l’insegnante ci aveva fatto leggere tutta La nascita della tragedia di Nietzsche  l’anno prima, senza che ci capissimo granché, va detto.

Come versione di greco ci capitò un brano di Epicuro, facilotto (tranne il pezzo in cui, tra i piaceri della vita, elencava, allo stesso livello, ‘pesci e fanciulli’). Consolato dai risultati degli scritti, affrontai con relativa tranquillità gli orali, che andarono più o meno così:


Italiano: la commissaria (esterna; all’epoca avevamo solo un membro interno, che mi riteneva decerebrato, credo) esordì, con un forte accento meridionale, con l'inquietante ‘vediamo una cosa che non abbiamo ancora chiesto a nessuno: Foscolo!’. Dopo un attimo di panico (comincia con ‘Foscolo nacque nel’ per poi dire subito ‘a Zacinto!’, avendo immediatamente rimosso la data di nascita), me la cavai benino, forse perplimendo la commissione con la mia teoria su Foscolo come Edipo represso (a me pare tuttora ovvio: rapporto perverso con Napoleone, ossessione con la madrepatria, la madre e la Patria, Le Grazie come prova dell’autocastrazione finale). Poi mi chiesero ‘i crepuscolari’ e ricordo di aver detto qualcosa su Gozzano e la rima Nietzsche/camice, tipo, e di aver anche bofonchiato il nome di un altro crepuscolare (‘Mo-mo-moretti?’). Il commissario pensò bene di interrogarmi su Dante e, nella sua mente, di fare un paragone tra un canto che avevamo fatto e uno che non avevamo fatto, cosa che, quindi, non gli riuscì un granché bene. Grazie a dio, a nessuno venne in mente di chiedermi Carducci.

Latino: dopo averci minacciato per giorni che avrebbe chiesto Seneca, la tizia mi chiese Lucrezio e ricordo chiaramente di aver letto un brano (in metrica) che citava i per me tuttora misteriosi ‘soffitti a cassettoni’ e di aver miracolosamente ricordato, a esplicita domanda, i verbi che reggono l’ablativo (utor, fruor, vescor e simili). Non soddisfatta della mia performance grammaticale, mi chiese, veramente, sant’Agostino e ricordo di aver parlato de Le confessioni e, forse, del De civitate dei.

Ora sto dall'altra parte, e l'effetto è strano.
20 giugno 2007
vita scolastica
un popolo di dantisti (o maturità 2007 - 2)
La questione è, teoricamente, semplice: nel lungo preambolo all’analisi del testo (qui Cheremone’s version) si afferma che ‘san Tommaso d’Aquino gli (a Dante) descrive in particolare le figure di san Francesco (...) e san Domenico’.

Era stato notato che in realtà Tommaso (che è un domenicano) parla solo di Francesco, mentre nel canto successivo sarà un francescano (Bonaventura) a parlare di Domenico – il ‘giochino’ è legato al fatto che i due narratori chiudono i rispettivi episodi parlando del decadimento e della crisi dei rispettivi ordini, mentre nel corpo centrale del loro discorso esaltano i fondatori delle altrui congregazioni, per far vedere come l’armonia regni sovrana nel Paradiso.

L’errore sembra esserci, perché Tommaso non 'descrive' la figura di Domenico ma solo quella di Francesco.

Al Ministero avrebbero potuto ammettere l’errore e far presente che, comunque, il brano proposto per l’analisi era su Francesco e non su Domenico e che l’analisi nel suo insieme non mirava a confrontare i due santi (in tal caso sarebbe stato ben più grave mettere in bocca a san Tommaso le due biografie) ma che solo nella terza e ultima parte (dove si ribadisce, ahimé, che ‘tutto l’episodio è affidato alle parole di san Tommaso’) si prospettava un eventuale confronto fra le due congregazioni, che comunque non era indispensabile per svolgere la traccia.

Dal Ministero però viene tirato in ballo
l’incipit del discorso di Tommaso il quale afferma (Paradiso XI 35-42) che la Provvidenzadue principi ordinò in suo favore / che quinci e quindi le (alla Chiesa) fosser per guida. / L’un (Francesco) fu tutto serafico in ardore; / l'altro (Domenico) per sapienza in terra fue / di cherubica luce uno splendore. / Dell’un (Francesco) dirò, però che d'amendue / si dice l’un pregiando, quale uom prende, / perch'ad un fine fuor l'opere sue (la ‘armonia’ cui facevo cenno prima); da qui si nota che Tommaso dice chiaramente di voler parlare solo di Francesco, per quanto, secondo il Ministero i due santi siano qui presentati con una ‘certa ampiezza’.

In chiusa di canto, Tommaso evoca san Domenico con queste parole ‘Pensa oramai qual fu colui che degno / collega fu a mantener la barca / di Pietro (nautica metafora per ‘Chiesa’) in alto mar per dritto segno; / e questo fu il nostro patrïarca’, per poi parlare della decadenza dei domenicani che si allontanano dal loro ‘ovile’.

Pur ammettendo che i riferimenti a Domenico da parte di Tommaso giustifichino il ‘descrive’ del testo (io avrei detto che Tommasodescrive’ la figura di san Francesco e più propriamente che ‘evoca’ o 'allude a' quella di san Domenico), non vedo come si possa ritenere corretto scrivere ‘il poeta ha messo questa ricostruzione in parallelo a quella dell’opera di san Domenico (...) e (...) tutto l’episodio è affidato alle parole di san Tommaso’, quando tutto l’episodio è affidato a due voci distinte (Tommaso e Bonaventura), per quanto ‘l’estrema a l’intima rispuose’ (Paradiso XII 21).

A questo punto, spero caldamente in un errore nella versione di latino di domani...

20 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 1
Siccome le cose si ripetono, anche quest’anno l’analisi del testo per l’Esame di Stato era dedicata a Dante (!) cosa che turberebbe i più, in quanto Dante sarebbe studiato ‘bene’ solo al classico. Io non posso che ricordare che teoricamente il testo da analizzare potrebbe anche essere le Pagine Gialle, e quindi non colgo il senso della ‘polemica’. Come tradizione (qui il 2005, qui il 2006), ecco il temino di Cheremone (qui le tracce):

Ai ggiovani venivano offerti dei versi (43-63 e 73-87) di Paradiso XI dove ‘nel cielo del Sole Dante incontra san Tommaso d’Aquino, che gli narra la vita di san Francesco e ne esalta l’opera’. Notiamo subito quattro cose: la traccia spiega già di che si tratta (secondo me le analisi del testo sono fattibili anche se uno non ha mai letto il testo in esame), al Ministero osano scrivere ‘san’ con la minuscola, cosa che turberà i pii, i vv. 64-72 sono omessi per timore che i ggiovani non sappiano chi sia l’‘Amiclate’ del v. 68 e al v. 44 si cita il ‘colle eletto dal divino Ubaldo’, perché la scuola è legata all’attualità più spicciola.

A fianco del testo vi sono, come consueto, delle note che spiegano ai ggiovani le parole difficili (‘però’ che in Dante è ‘per ciò’, tramite il latino per hoc o ‘la terra’ che vuol dire ‘il mondo’) e poi si chiede di dividere il testo in tre parti (difficile? non direi, visto che le tre parti vengono spiegate) e di farne la parafrasi.

In sede di analisi, il primo punto è inverosimile (Anche senza dare una precisa spiegazione della descrizione topografica dei versi 43-51, rileva nell’insieme e commenta, per il suo effetto di plasticità e di realismo paesaggistico, la frequenza dei nomi di luogo e dei termini geografici e climatici), mentre il secondo è tautologico (Per Perugia si nomina, al v. 47, la Porta Sole, così detta perché rivolta a Levante, da dove entrava in città sia il freddo (proveniente dalle vicine montagne nevose d’inverno), sia il caldo (al sorgere del sole). Il sole richiama il vero Oriente geografico (specificato mediante il nome del grande fiume indiano, il Gange) e diventa anche simbolo per indicare la figura del santo, che «nacque al mondo» proprio come un sole. Commenta questo passaggio da una scena di ambiente naturale all’immissione di elementi simbolici)

Come terzo punto si chiede di ‘intepretare letteralmente’ l’espressione ‘questa costa, là dov’ella frange / più sua rattezza’, che potrebbe anche essere difficile visto che la ‘costa’ non è quella del mare ma quella di un ‘alto monte’ che qui si fa meno ripida (‘frange / più sua rattezza’), come spiega un qualsiasi vocabolario di italiano.

Le cose si fanno più facili (se non idiote) al quarto punto, in cui si chiede ai giovani quale verbo e quale sostantivo sono richiamati dalla forma antica del nome di Assisi, ‘Ascesi’; oserei dire ‘ascendere’ e ‘ascesi’, se non
‘ascensore’.

Il quinto punto chiede di chiarire la terminologia usata da Dante nel descrivere il rapporto tra Francesco e la Povertà, tutto giocato sulla terminologia erotica e per finire si chiede di riflettere sui versi dedicati all’ardore e alla foga dei seguaci di Francesco.

Le cose si fanno difficili per la terza parte, in cui si chiede ai ggiovani di esprimere le loro considerazioni sull’importanza degli ordini religiosi, francescano e domenicano, nella storia della Chiesa e nella diffusione del messaggio evangelico nel mondo e qui temo che i più saranno precipitati nel panico, a meno che non abbiano studiato Matteo Ricci.

Fossi stato al ministero, avrei invece proposto la ripresa della dimensione francescana nei crepuscolari (se non ricordo male, c’è un Invito francescano di Fausto Maria Martini).

Per finire, dato che le cose sono sempre uguali a se stesse, a Repubblica.it rimettono la stessa foto dell’anno scorso:



PS
Parrà infine divertente ai più il fatto che nella traccia dell'analisi del testo ci sia un errore (e grave, pure)
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