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2 luglio 2007
vita scolastica
ho visto cose che voi umani... - 6
Sono talmente vecchio che  ai miei tempi l’esame non aveva la terza prova e non si portavano tutte le materie all’orale (teoricamente, una scelta dal candidato e una dalla commissione, de facto entrambe scelte dal candidato – io fui ben lieto di portare italiano e latino).

Dello scritto di italiano ricordo di aver fatto la traccia di indirizzo (pure il tema era diverso, c’era una traccia di letteratura, una di storia, una generale e una di indirizzo, senza ‘saggi brevi’ e modernità simili) sulla tragedia greca – l’insegnante ci aveva fatto leggere tutta La nascita della tragedia di Nietzsche  l’anno prima, senza che ci capissimo granché, va detto.

Come versione di greco ci capitò un brano di Epicuro, facilotto (tranne il pezzo in cui, tra i piaceri della vita, elencava, allo stesso livello, ‘pesci e fanciulli’). Consolato dai risultati degli scritti, affrontai con relativa tranquillità gli orali, che andarono più o meno così:


Italiano: la commissaria (esterna; all’epoca avevamo solo un membro interno, che mi riteneva decerebrato, credo) esordì, con un forte accento meridionale, con l'inquietante ‘vediamo una cosa che non abbiamo ancora chiesto a nessuno: Foscolo!’. Dopo un attimo di panico (comincia con ‘Foscolo nacque nel’ per poi dire subito ‘a Zacinto!’, avendo immediatamente rimosso la data di nascita), me la cavai benino, forse perplimendo la commissione con la mia teoria su Foscolo come Edipo represso (a me pare tuttora ovvio: rapporto perverso con Napoleone, ossessione con la madrepatria, la madre e la Patria, Le Grazie come prova dell’autocastrazione finale). Poi mi chiesero ‘i crepuscolari’ e ricordo di aver detto qualcosa su Gozzano e la rima Nietzsche/camice, tipo, e di aver anche bofonchiato il nome di un altro crepuscolare (‘Mo-mo-moretti?’). Il commissario pensò bene di interrogarmi su Dante e, nella sua mente, di fare un paragone tra un canto che avevamo fatto e uno che non avevamo fatto, cosa che, quindi, non gli riuscì un granché bene. Grazie a dio, a nessuno venne in mente di chiedermi Carducci.

Latino: dopo averci minacciato per giorni che avrebbe chiesto Seneca, la tizia mi chiese Lucrezio e ricordo chiaramente di aver letto un brano (in metrica) che citava i per me tuttora misteriosi ‘soffitti a cassettoni’ e di aver miracolosamente ricordato, a esplicita domanda, i verbi che reggono l’ablativo (utor, fruor, vescor e simili). Non soddisfatta della mia performance grammaticale, mi chiese, veramente, sant’Agostino e ricordo di aver parlato de Le confessioni e, forse, del De civitate dei.

Ora sto dall'altra parte, e l'effetto è strano.
20 giugno 2007
vita scolastica
maturità 2007 - 1
Siccome le cose si ripetono, anche quest’anno l’analisi del testo per l’Esame di Stato era dedicata a Dante (!) cosa che turberebbe i più, in quanto Dante sarebbe studiato ‘bene’ solo al classico. Io non posso che ricordare che teoricamente il testo da analizzare potrebbe anche essere le Pagine Gialle, e quindi non colgo il senso della ‘polemica’. Come tradizione (qui il 2005, qui il 2006), ecco il temino di Cheremone (qui le tracce):

Ai ggiovani venivano offerti dei versi (43-63 e 73-87) di Paradiso XI dove ‘nel cielo del Sole Dante incontra san Tommaso d’Aquino, che gli narra la vita di san Francesco e ne esalta l’opera’. Notiamo subito quattro cose: la traccia spiega già di che si tratta (secondo me le analisi del testo sono fattibili anche se uno non ha mai letto il testo in esame), al Ministero osano scrivere ‘san’ con la minuscola, cosa che turberà i pii, i vv. 64-72 sono omessi per timore che i ggiovani non sappiano chi sia l’‘Amiclate’ del v. 68 e al v. 44 si cita il ‘colle eletto dal divino Ubaldo’, perché la scuola è legata all’attualità più spicciola.

A fianco del testo vi sono, come consueto, delle note che spiegano ai ggiovani le parole difficili (‘però’ che in Dante è ‘per ciò’, tramite il latino per hoc o ‘la terra’ che vuol dire ‘il mondo’) e poi si chiede di dividere il testo in tre parti (difficile? non direi, visto che le tre parti vengono spiegate) e di farne la parafrasi.

In sede di analisi, il primo punto è inverosimile (Anche senza dare una precisa spiegazione della descrizione topografica dei versi 43-51, rileva nell’insieme e commenta, per il suo effetto di plasticità e di realismo paesaggistico, la frequenza dei nomi di luogo e dei termini geografici e climatici), mentre il secondo è tautologico (Per Perugia si nomina, al v. 47, la Porta Sole, così detta perché rivolta a Levante, da dove entrava in città sia il freddo (proveniente dalle vicine montagne nevose d’inverno), sia il caldo (al sorgere del sole). Il sole richiama il vero Oriente geografico (specificato mediante il nome del grande fiume indiano, il Gange) e diventa anche simbolo per indicare la figura del santo, che «nacque al mondo» proprio come un sole. Commenta questo passaggio da una scena di ambiente naturale all’immissione di elementi simbolici)

Come terzo punto si chiede di ‘intepretare letteralmente’ l’espressione ‘questa costa, là dov’ella frange / più sua rattezza’, che potrebbe anche essere difficile visto che la ‘costa’ non è quella del mare ma quella di un ‘alto monte’ che qui si fa meno ripida (‘frange / più sua rattezza’), come spiega un qualsiasi vocabolario di italiano.

Le cose si fanno più facili (se non idiote) al quarto punto, in cui si chiede ai giovani quale verbo e quale sostantivo sono richiamati dalla forma antica del nome di Assisi, ‘Ascesi’; oserei dire ‘ascendere’ e ‘ascesi’, se non
‘ascensore’.

Il quinto punto chiede di chiarire la terminologia usata da Dante nel descrivere il rapporto tra Francesco e la Povertà, tutto giocato sulla terminologia erotica e per finire si chiede di riflettere sui versi dedicati all’ardore e alla foga dei seguaci di Francesco.

Le cose si fanno difficili per la terza parte, in cui si chiede ai ggiovani di esprimere le loro considerazioni sull’importanza degli ordini religiosi, francescano e domenicano, nella storia della Chiesa e nella diffusione del messaggio evangelico nel mondo e qui temo che i più saranno precipitati nel panico, a meno che non abbiano studiato Matteo Ricci.

Fossi stato al ministero, avrei invece proposto la ripresa della dimensione francescana nei crepuscolari (se non ricordo male, c’è un Invito francescano di Fausto Maria Martini).

Per finire, dato che le cose sono sempre uguali a se stesse, a Repubblica.it rimettono la stessa foto dell’anno scorso:



PS
Parrà infine divertente ai più il fatto che nella traccia dell'analisi del testo ci sia un errore (e grave, pure)
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