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22 aprile 2011
letteratura
amata nobis quantum amabitur nulla

Nel mondo classico, le storie di donne sono per forza storie di uomini. Se poi gli uomini in questione sono Cicerone e Catullo e la donna è Clodia/Lesbia, la storia è davvero interessante.

A Clodia, dunque, sorella del tribuno della plebe Plubio Clodio, la terribile "Medea del Palatino" di cui parla Cicerone nella Pro Caelio, la puella tanto amata da Catullo (come dice Apuleio, e come lo stesso Catullo semba confermare nel carmen 79) è dedicata questa biografia che cerca di ricostruirne la storia, giungendo, ahimé, alla conclusione che Clodia è per noi solo quanto gli uomini hanno fatto sì che fosse. Un peccato, ma non per colpa dell'autrice del libro, che resta interessante.
20 marzo 2011
letteratura
massimo quattro colonne

La letteratura latina è piena di dibattiti sulla crisi dell'oratoria (il Dialogus tacitiano, il buon Quintiliano, Petronio, l'onnisciente Seneca) e di oratori si parla spesso (Cicerone, ovviamente, ma anche l'Apologia di Apuleio, restando al mondo romano) ma si ha sempre a che fare o con mostri sacri o con testi rielaborati per la pubblicazione (è il caso del momento più alto di Cicerone, la Pro Milone) e l'oratoria perde un po' il sapore della vita vissuta.

Paradossalmente, sembra pensare Mario Lentano, proprio la scuola di retorica che è spesso criticata dalle fonti (scholae discimus, non vitae, lamentava Seneca) in quanto lontana anni luce dalla realtà, con le sue situazioni paradossali, le sue leggi inventate ad hoc (pare si parli addirittura di un "diritto parallelo" su cui si esercitavano i futuri avvocati, cosa che sembra un po' controproducente) al punto che, terminata la scuola, il buon avvocato si sentiva perso nel foro, non avendo a che fare con pirati o principesse rapite, dà uno spaccato sincero della mentalità romana.

Infatti, a leggere la (purtroppo) breve antologia di declamationes che Lentano ha curato (Compiti in classe a Roma antica) si scopre che dietro casi inverosimili si fanno spazio per la prima volta voci solitamente trascurate, come quella delle mogli che accusano i mariti o dei figli che denunciano i padri.

E' inoltre divertente immaginare che, al posto di temi come La "condizione femminile" nella narrativa italiana degli ultimi cento anni. Il candidato ne tratti, sulla scorta delle proprie letture (una traccia della maturità di vent'anni fa, che pare una tesi di laurea e che avrà perplesso i più sul significato di "scorta")
, i ggiovani romani dovessero, chessò, impostare la difesa di una donna che, avendo partorito un figlio di colore, viene accusata di adulterio...
18 febbraio 2011
vita scolastica
serve ancora repubblica?
Una precaria scrive a Repubblica per lamentare la sua condizione di precariato permanente (io lo faccio da anni).

A mo' di provocazione afferma di poter "dire che il latino, la letteratura e la filosofia non servono a nulla
". A me pare ovvio sia una provocazione,  più o meno originale, per sottolineare come oggi lo studio 'matto e disperatissimo' conti assai poco, a repubblica.it invece pensano che il tema della lettera sia davvero l'opportunità o meno di insegnare nelle scuole il latino (non la letteratura e la filosofia, ugualmente citate, ma solo il latino, perché a repubblica.it hanno difficoltà con più soggetti al singolare messi di seguito, evidentemente) e partono subito con il loro 'sondaggio on line' sull'opportunità di studiare 'la lingua di Cicerone' nei 'programmi scolastici'.

Complimenti, avete proprio colto il punto della questione e prestato un ottimo contributo al dibattito sul precariato.

Alla collega invece direi che stamattina ho per caso incontrato sul treno un mio ex studente e e che scoprire che il tempo trascorso insieme è stato ben speso giustifica tutti gli inciampi incontrati per strada.
14 febbraio 2011
politica interna
en passant
Mi è ri-capitata fra le mani la versione di latino dell'Esame di Stato del 1995; è un Cicerone non difficilissimo, intriso di quel platonismo che, insegna Popper, ha anche portato a cose non felicissime come lo 'stato etico'. Ciò non toglie che quanto Scipione immagina sul governatore ideale strida un filino con il triste spettacolo di questi giorni, settimane, mesi, anni...

Cosa vi può essere di più bello di quando colui che comanda non è servo di alcuna passione, quando le cose cui sprona i suoi cittadini le ha lui stesso abbracciate tutte, quando non impone al popolo delle leggi cui lui stesso non obbedisce, ma offre ai suoi cittadini la sua vita come legge?


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permalink | inviato da cheremone il 14/2/2011 alle 20:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 ottobre 2010
letteratura
food is the first thing, morals follow on

Ci sono autori latini (Catone, Seneca, Sallustio, Tacito, Cicerone... insomma, quasi tutti) che, per quanto trattino argomenti diversi, ad un certo punto buttano lì una frasetta che trasuda moralismo, spesso anche a sproposito, sempre impegnati nella laudatio temporis acti.

Uno infatti si chiede perché in un manualetto di agricoltura si finisca col parlare del fatto che le donne chiacchierano troppo, perché per spiegare che gli schiavi sono persone come noi si presenti con orrore l'omosessualità passiva, perché nel raccontare la congiura di Catilina si resti sconvolti nello scoprire che una complice della congiura stessa osasse ballare, perché nell'illustrare la reazione dei Germani all'adulterio si sottolinei che lì non servono leggi ad hoc, perché non ci si limiti a criticare la politica di Marco Antonio senza bisogno di presentarlo come una prostituta da commedia plautina etc.

Una buona risposta viene da un bel saggio, The politics of immorality in ancient Rome, di Catharine Edwards; dopo una robusta introduzione, si parla di adulterio, di mollitia, di attori e di teatro, di edifici e di arredamento d'interno (Seneca, scopro, odia le colonnine ornamentali e ne parla per ore, manco fosse il matricidio) e di piaceri in generale.

E da qui a Brecht il passo è breve.
26 giugno 2009
vita scolastica
maturità 2009 - 2
Un blog goliardico si era divertito a far credere (e corriere.it ci era puntualmente cascato!) di aver trovato on-line il testo della versione dell'esame di stato 24 ore prima della prova scritta, mettendo sul sito una pagina sì di Cicerone ma non di Marco Tullio Cicerone, bensì del fratello (un testo, tra l'altro, di una disarmante facilità). Compiacendomi dell'aver capito subito di quale Cicerone si parlasse, mi sono cimentato con il testo realmente proposto ai ggiovani, un paio di paragrafetti (88 e 89) del primo libro del De officiis. Eccone, come consueto, la versione cheremonea:

Nec vero audiendi qui graviter inimicis irascendum putabunt idque magnanimi et fortis viri esse censebunt. Una delle mie battaglie da insegnante è convincere gli alunni a tradurre vero con 'poi' e non con 'veramente' (quello è vere), per non parlare poi delle mie epocali campagne per lo studio del gerundio e del gerundivo. Figuratevi quindi la mia gioia nell'annunciare che la prima frase suona qualcosa come 'Né poi sono da ascoltare/bisogna ascoltare (gerundivo!) coloro che crederanno che ci si debba adirare (altro gerundivo!) pesantemente con i nemici e che riterrano che ciò sia proprio di un uomo forte e magnanimo (genitivo di pertinenza!)'.

Nihil enim laudabilius, nihil magno et praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. Qui è facile, tranne l'ellissi del verbo: 'non c'è infatti nulla di più lodevole (i ggiovani avranno scitto 'lodabile')', nulla di più degno di un uomo grande ed illustre che l'indulgenza e la clemenza.

Incantevole il lungo periodo successivo: In liberis vero populis et in iuris aequabilitate exercenda etiam est facilitas et altitudo animi quae dicitur, ne si irascamur aut intempestive accedentibus aut impudenter rogantibus in morositatem inutilem et odiosam incidamus et tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhibeatur rei publicae causa severitas, sine qua administrari civitas non potest. Io tradurrei: 'POI, INOLTRE nei popoli liberi e nell'eguaglianza del diritto deve essere anche esercitata (ri-gerundivo!) l'affabilità e quella che è chiamata l'elevatezza d'animo, per non cadere (finale negativa!)' in un'inutile e noiosa intrattabilità, se ci adiriamo con quelli che vengono da noi in un momento poco opportuno o che ci fanno richieste senza ritegno, e tuttavia la moderazione e la clemenza devono essere lodate (gerundivo! Tipo il quarto!) in maniera tale che (consecutiva!) per il bene dello Stato (complemento di fine o scopo!) sia adottata anche la severità, senza la quale una città non può essere amministrata.

Poi le cose si fanno interessanti: omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque ad eius, qui punitur aliquem aut verbis castigat, sed ad rei publicae utilitatem referri. L'uso del debet ('invece ogni ammonimento e punizione deve essere privo di offesa) avrà perplesso i più, visto che non c'è un gerundivo e poi quell'ad eius sarà suonato strano (ma sottintende utilitatem): 'e non deve essere riferito all'utilità di colui che punisce o rimprovera a parole un altro ma all'utilità dello Stato'

Ormai avvezzi ai gerundivi, tradurremo cavendum est etiam ne maior poena quam culpa sit et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem. prohibenda autem maxime est ira puniendo con 'bisogna anche evitare che la pena sia maggiore della colpa e e che per alcune colpe alcuni siano puniti, altri invece nemmeno citati in giudizio, ma soprattutto bisogna evitare (gerundivo!) l'ira nel punire (gerundio!)'. Il concetto viene subito spiegato: numquam enim iratus qui accedet ad poenam mediocritatem illam tenebit, quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam, cioè, 'mai infatti chi si accosterà adirato alla pena potrà mantenere quella moderazione che si trova tra il troppo e il troppo poco, cosa che piace ai Peripatetici e piace a ragione, purché lodino l'iracondia e non dicano che ci è stata data dalla natura per un determinato scopo' – uhm, congiuntivo concessivo, con un'oscura polemica antiaristotelica.

La conclusione (illa vero omnibus in rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur) suona così: 'quella infatti – l'iracondia – deve essere evitata – indovina un po'... gerundivo! - in ogni circostanza e bisogna anzi desiderare che quelli che sono a capo dello Stato siano simili alle leggi – similis col genitivo! -  che sono guidate a punire non dall'iracondia ma dal senso di giustizia'.

Non facilissima versione, sarà piaciuta a Cesare Beccaria, meno ai ggiovani.

 
11 gennaio 2009
letteratura
Sono Pazzi Questi Romani


Uno legge Cicerone e si convince che quest'uomo ha salvato il mondo (o fortunatam Romam... ) e che Catilina era davvero la cosa peggiore che potesse accadere alla res publica; se però si passa a Sallustio, si ha l'impressione che 'sto Cicerone non avesse fatto poi chissa cosa. Ed ecco che leggendo l'agile Roma nell'età della repubblica di Martin Jehne si ha la conferma che, in finale, questa 'congiura' non fu niente di che. Adoro la storia romana.
19 settembre 2007
vita scolastica
the end is near
E’ finalmente apparso (pare sia stato ‘emanato’) il calendario delle convocazioni.

Al provveditorato, dove sono notoriamente dei bontemponi, hanno pensato bene di non pubblicarlo nella sezione del sito in cui normalmente mettono tali cose, ma in un’altra, tanto per rendere più ‘eccitante’ l’emanazione, immagino.

O forse pensano che pubblicandolo di nascosto avranno meno gente e quindi meno fila da sbrigare, non so.

Comunque, la convocazione sarà venerdì al Russell, di pomeriggio, immagino per evitare ai ggiovani lo sgradevole spettacolo di precari in fila per una supplenza a Pomezia, tipo.

Nel frattempo continuo la mia supplenza breve (per ora senza picchetti), separati dal professionale da del nastro bianco e rosso in mezzo al corridoio e senza lavagna, cosa che stamattina ha reso un po’ acrobatica la rappresentazione grafica di un contorto periodo ciceroniano (Cum antea maxime nostra interesse arbitrabar te esse nobiscum, tum vero intellexi ad iter id, quod constitui, nihil mihi optatius cadere posse, quam ut tu me quam primum consequerere, ut, cum ex Italia profecti essemus, sive per Epirum iter esset faciendum, tuo tuorumque praesidio uteremur, sive aliud quid agendum esset, certum consilium de tua sententia capere possemus, era).

La lavagna arriva ‘domani’, mi hanno detto.
16 settembre 2007
televisione
rome 2


La seconda stagione di 'Roma' è spettacolare quanto la prima.

Atia all'inizio pare un po' moscetta ma alla fine viene fuori in tutto il suo splendore, Ottaviano è oggettivamente un mostro, Cicerone muore più dignitosamente di quanto racconti Plutarco e la faccetta che fa il mio nuovo mito Mecenate quando Ottaviano avvia le sue politiche moralizzatrici è incomparabile.

Peccato dimentichino che il vocativo è domine, non dominus, ma recuperano mettendo -ne in fondo alle domande.
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