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2 agosto 2007
musica
dusty springfield - I close my eyes and count to ten (1968)
Chi è questa: la migliore cantante inglese della storia, scomparsa nel 1999. Dal 1963 al 1969 ha dominato le classifiche di mezzo mondo (non si può non ricordare You don’t have to say you love me, che poi sarebbe la versione inglese di Io che non vivo più di un’ora senza te di Pino Donaggio o All I see is you, che secondo me assomiglia pericolosamente a In ginocchio da te di Gianni Morandi). Nel 1969 ha fatto un album (Dusty in Memphis) entrato diretto nella storia. I dischi degli anni ’70 e degli anni ’80 sono stati ignorati da tutti, fino al 1987, quando i Pet Shop Boys la recuperarono per la meravigliosa What have I done to deserve this e le produssero mezzo album (Reputation, del 1990). Il fatto che a suo tempo avesse rifiutato di esibirsi in Sud Africa per un pubblico di soli bianchi le fa onore.

La musica: i primi trenta secondi con il pianoforte, poi la sua voce poi il climax che esplode fino al primo minuto sono da manuale. Il fatto che la canzone sviluppi al suo interno tre o quattro melodie diverse fa capire quanto la musica degli anni ’60 fosse superiore.

Le parole: di tutte le canzoni di Dusty ho scelto questa perché un testo così semplice e così meraviglioso è raro. Presente quando ci si innamora ed è tutto talmente bello che uno crede di sognare e quando riapre gli occhi scopre che è tutto vero? Ecco, questa è I close my eyes and count to ten.

Cheremone’s corner: essendo meno vecchio di quanto i più credono, ho ‘scoperto’ Dusty tramite le collaborazioni con i Pet Shop Boys (sì, anche tramite la ripresa di I only wanna be with you da parte di Samantha Fox) e da allora mi sono immerso nel suo catalogo. La sua è una di quelle voci che commuoverebbero anche se cantassero l’elenco del telefono; potete immaginare l’effetto che fa con un repertorio quale il suo.

Pregnanza socio-culturale: un’icona, da sempre presente nell’immaginario pop; recente (e notevole) la cover di questa canzone da parte di Marc Almond; Elvis Presley riprese You don’t have to say you love me negli anni ’70; i più avranno presenti gli White Stripes che rifanno la sua I just don’t know what to do with myself o ricorderanno Son of a preacher man nella colonna sonora di Pulp fiction. Secondo me, Dusty merita di più (chessò, una strada o una città a suo nome).

La si trova qui: in svariate antologie, come questa; tutti comunque dovrebbero avere in casa una copia di Dusty in Memphis.

(niente video, solo la musica)

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